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Nebbia come animale aggressivo

In una tra le molte belle canzoni di Ivano Fossati (Il pilota), a un certo punto si dice:

con la nebbia di Milano

che gli morsica il culo per allegria

I. Fossati, Il pilota

L’immagine della nebbia come persona o animale aggressivo, che morsica il culo al velivolo, a prima vista sembrerebbe controintuitiva – la nebbia viene più prontamente associata a qualcosa di tenue, diffuso ed evanescente. Può darsi però, per riprendere Riffaterre, che agiscano intertesti letterari in cui la nebbia è presentata in modo simile – sarà allora la memoria letteraria piuttosto che la plausibilità esperenziale a giustificare l’immagine. I due intertesti che conosco sono i seguenti, da Eliot e da Dickens:

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes

The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes

Licked its tongue into the corners of the evening

Lingered upon the pools that stand in drains

T. S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

Fog cruelly pinching the toes and fingers of his shivering little ‘prentice boy on deck’

C. Dickens, Bleak House

Se trovate altre associazioni simili, contattatemi!

Da La parzialità dei molti

[Qualche mese fa è uscito il n. 78 della rivista Le voci della luna, in cui un mio poemetto tuttora in progress, La parzialità dei molti, ha ricevuto il primo premio per l’inedito. Come da titolo, l’idea del poemetto è quella di rivendicare una singolarità corale, presentando nel modo più caratterizzato/caratterizzante possibile una galleria di individui. Questa è la prima parte della sezione Le irriducibili. Buona lettura]

Già sul treno

[Con oggi concludo il venerdì dedicato ai miei inediti che non hanno avuto e non avranno la chance del libro. Andare oltre significherebbe fare archeologia di sé, indugiare sul passato, inibire gli slanci presenti. Vi propongo una poesia del 2011 che non avevo voluto inserire, pur sembrandomi discreta, in Non di fortuna; mi è capitato di sentire l’impulso di riscriverla alcuni giorni fa, e dunque ecco entrambe le versioni. Buona lettura]

Già sul treno


Ho addosso la tua maglia femminile a falde,
infilata buffamente proprio
mentre il freddo era serio più del freddo dovuto
a Milano una domenica presto,

grazie. C’è posto per tutto in spazi così, già
sul treno ce n’è sempre uno accanto
e due appaiati ma tre alle volte se risale
a monte, a prima di noi, il treno. Lungo
				      
le terre di mezzo e di nessuno, nella tratta
dei rientri, uno spasimo piatto, non diretto, 
tutta quella massa sfuggita in silenzio
all’uncinetto (più premuta della maglia adesso
e meno premura, da parte di chi) ci vuole suoi, si allarga piano
dal sedile accanto ma deserto.

(2011)






Prima di casa

Il freddo era serio più del freddo
dovuto a Milano un venerdì presto.

Indossavo la tua maglia. Ricadeva
buffa in quelle falde, nel tuo odore 

da opporre al lisoformio sul treno.
Non rientrava, la cosa, ricadevo

nel tuo odore, tornavo 
a scappare ma prima di casa, di casetta, 

prima dei miei a prendermi veniva
uno spasimo piatto, non diretto,

tutta una massa sfuggita in silenzio
all’uncinetto (più premuta

della maglia adesso, e meno premura...
da parte di chi?) E si 

allarga, ci vuole suoi
dal sedile accanto ma deserto.

(2021, riscrittura)




Percorso al sole

[Oggi propongo un pezzo di repertorio: una vecchia poesia del 2003, scritta in piena sbornia da Ossi di seppia, in una delle estati più calde che si ricordino… buona lettura]

Percorso al sole


A un’arida viuzza arrivo, arrancando
avanzo. Si scioglie un garbuglio di corde,
di reti, su respiri murati, che il caldo
sfoca, affanna, soffoca, mentre l’afa assorda
il vento. Vedo, nell’abbaglio, l’altro mio sguardo
– quello d’ombra – .

Appena la polvere s’alza, più non ingombra,
gravosa, il terreno. Fisso il modularsi
di torri, di castelli che agli specchi
di arsura s’accartocciano. Sono arsi
la strada, i granelli troppo simili, secchi
i torrenti d’aria, torrida. Ora ti scopro, vita,
come un mosaico, di pezzi, sparsi.

Insetto come carattere tipografico

Un campo metaforico molto specifico ma non per questo non produttivo è quello che gioca sulla somiglianza visiva fra i caratteri stampati e gli insetti [+ NERO, + PICCOLO, + FORMA LONGILINEA]. Aveva attirato maldestramente anche me (‘refusi di falene’) ma meglio capire come viene gestito dai veri maestri. Queste tre occorrenze, che mi sono tutte care, vengono da Michael Hoffman, Alberto Nessi e Bartolo Cattafi:

in summer,

the thunderflies that came in and died on my books

like bits of misplaced newsprint

(Michael Hoffman, Between Bed and Wastepaper Basket)

e sul giornale di ieri il tuo nome in grassetto

come le zampe immobili di un insetto

(Alberto Nessi, Ricordo di Emilio)

la mosca ronza

sulla parola mosca

(Bartolo Cattafi, Mosca)

Come si può vedere, la metafora o tropo INSETTO = CARATTERE TIPOGRAFICO è attiva nei tre autori, ma con modalità diverse. In Hoffman e Cattafi il tema in focus e quindi il comparato sono gli insetti (trisanotteri e mosca, rispettivamente); in Nessi la relazione è inversa: sono i caratteri stampati il comparato, l’insetto il comparante. Hoffman e Nessi usano entrambi similitudini, e un’altra somiglianza sorprendente è il tema luttuoso dei loro versi: la morte dei trisanotteri (il disfacimento causato dall’estate?) in Hoffman, il necrologio di un amico in Nessi. In Nessi il rapporto è puramente metaforico-concettuale, mentre in Hoffman c’è anche contiguità fisica (e quindi possibile metonimia) fra comparato e comparante (gli insetti muoiono sui libri). In Cattafi sussiste solo contiguità fisica (e quindi drammatizzazione narrativa, come una piccola parabola), e la differenza fra i semi (nel senso semantico del termine) di insetti e caratteri stampati è posta in rilievo rispetto alle differenze: [+MOVIMENTO] per l’insetto (che ‘ronza’) ma [-MOVIMENTO] per la parola, che non vola dalla carta. A ben vedere, la stessa opposizione dei semi è attiva in Hoffman e Nessi, e se la morte è definita dall’assenza di movimento, ecco spiegati i riferimenti luttuosi in entrambi.

Tre (ulteriori) rivelazioni estive

[Questa settimana Formavera ha pubblicato Cinque rivelazioni estive, una sequenza di brevi testi. Qui vi presento il lato B, ovvero tre altre rivelazioni che ho deciso di escludere dal libro futuro. Buona lettura!]

1.
C’è qualcosa che brilla 
e quel qualcosa è l’evidenziatore.
Così umettate di splendore
le parole tipografiche 
non possono sbagliare.

2.
Sotto le tapparelle la ringhiera sotto scintilla
è solamente una ringhiera
più la luce emissaria del sole
più il suo mio incatenarla alle rètine
più il fatto che ha frenato la caduta
più il fatto che – argentea sutura – separi
mattonelle da ghiaia, grigio uno da grigio due. 

3.
Quel lembo come di gonna, gonna di poveri, 
sollevato verso i miei jeans – 
smettila, vento o chi per te
di farlo così vivo e stuzzicante,
di attizzare commozione
sin dal setto nasale, dove parte: 
non serve un’ispezione lo sappiamo 
che non hanno assicurato bene
al bidone il sacco del pattume.

Retroscena d’ufficio

[Oggi propongo il testo centrale di un poemetto ‘impiegatizio’ tentato nel lontano 2006 e lasciato cadere non molto tempo dopo, sia per lo scollamento fra esperienza e scrittura, che allora mi frenava di più, sia per l’effettivo anacronismo del tentativo. Buona lettura, a ogni modo]

Retroscena d’ufficio



Un bianco neon non innocenza. Uno
non uno qui ma numero
sbiadito nel dettaglio del suo compito,
al profilo imperioso
di targhette timbri plichi cartelle
d’assoluta nettezza al sommo dei bureau.

Preciso e sfumato, non conta: computa
profitti punti giorni angustie perdite.

(E quelle labbra stilizzate inclinano
d’un tratto all’incursione
di addendi di dolore: debiti, corse, il mutuo
mancarsi l’uno all’altra,
un credersi non visti quando scansa 
lei tra spigoli domestici e rimozioni...
					  dove
tirate le somme sul tardi gli resta
sul tavolo un bilancio 
di sottrazioni, di 
manchevolezze non più bambine, 
perdite, perdite).
	
Perdite. 
“Io non l’ho
voluto”
        làncina il bianco una voce
cui è vietato il pianto, a punta di lacrima
 rompe, 
se ne turba un attimo il timbro
ma subito si spiana, in fretta anonimo
lo sincronizzano a una sintesi a un
bianchissimo unisono 
a una simbiosi
concitata e mortifera
col ritmo dell’altro che ossesso insiste
sulle pratiche e un tempo a cerchio imprime.

(È una morte minore, compenetrata nei minuti,
nei precisi atti, nei retroscena della loro percezione
quando è amara e siede più indietro, o morte diluita in anni,
in lustri di litania che la lingua presto impara e le mani).

Tensione come discrimine fra posa e fedeltà

Se una poesia, di qualsiasi tipo e affiliazione, non contiene un qualche tipo di tensione – nella situazione raffigurata, nelle soluzioni formali, nel dubitare vigorosamente di sé stessa, nello sporcare la bella forma senza idolatrare l’informe, nel mettere mine anche sotto il proprio nichilismo (qualora ci fosse), nel problematizzare la propria fiducia, nel mettersi alla prova durante il suo farsi – allora il discrimine fra fedeltà e posa si assottiglia pericolosamente: proprie di entrambe sono infatti la ripetizione nel senso più ampio (che sia di un habitus autoriale, di uno stilema, di un tema…), e cioè un senso di consistenza (nel senso di consistency) e riconoscibilità organica. Solo che nella fedeltà c’è necessariamente anche uno sbandamento, un modo e moto propulsivo nel riproporsi, tanto più necessario quanto più si vorrebbe mantenere la presa sul reale (sulle potenziali fonti nutritive del verso); nella posa invece la ripetizione riconferma il suo sistema interno, è lo strumento per creare un prodotto anziché un proficuo nemico del processo.

Interrogare i fiorellini

[Oggi una poesia di una decina di anni fa, 2011, e che decisi di escludere da Non di fortuna. Buona lettura]

 Interrogare i fiorellini
 
 Ci saranno meraviglie modeste in Monferrato, 
 lepri con le colline
 sotto le zampette; a lato dei sentieri, puoi giurarci,
 ci sarà uno sfilare di fiorellini
 spiazzanti: io che su loro so niente quasi
 quasi li interrogherei 
 sul concetto di straniamento,
 delle corolle farei corollari 
 per prolungare l’incanto
 e l’incapacità di bastarsi. 

Contro il ‘profumo del caffè’

Se una poetica deve essere fenomenologica, non bastano i referenti concreti o sensoriali; essi devono avere una specificità che faccia pensare alla singolarità del quotidiano, non alla sua schematizzazione. Il fantomatico ”profumo del caffè” sta alla tardissima linea lombarda come i ”muti respiri dell’assoluto” stanno a Rilke. Entrambi i sintagmi, benché agli estremi del continuum tra mondano e trascendentale, tra low-mimetic e mythic insomma, sono egualmente esangui perché sganciati dalle rispettive esperienze che cercano di proiettare senza averle attraversate, e nemmeno lambite. Forse ”la tazzina odora di corposo, dei chicchi di caffè che furono” funzionerebbe meglio. Ma anche ”l’odore di caffè bruciato” sarebbe un filino meno imprevedibile e dunque più appagante.

Ora, dopo aver letto una tesi di dottorato sulla imagery mentale, so dare una spiegazione che mi pare convincente a questo fenomeno: in sostanza, la studiosa – combinando fenomenologia e cognizione incarnata – asserisce che la percezione ‘dal vivo’ tende a essere molto più satura, esperienzialmente, rispetto all’immagine mentale che evochiamo quando ci danno un prompt decontestualizzato (per es. ‘pensa a una tazza di caffè”), il quale risulta appunto in una immagine schematica, o più precisamente immagine descrittiva di default (default description image) e non tridimensionale-interattiva, a meno che tale tazzina non venga inserita in un contesto senso-motorio e cinetico (per es ‘afferro la tazzina e una goccia mi ustiona il dito’). Il profumo di caffè, etichetta generica, assomiglia a questo prompt decontestualizzato.

Ne consegue che ogni poeta che voglia aderire alla realtà fenomenica-esperenziale a tutto tondo, farebbe meglio, banalmente, a ritornare con intensità a quello che ha davvero esperito (e quindi ripeto Wordsworth, ma senza appellarmi al principio di autorità) e trovarne l’equivalente linguistico-retorico (ricorrendo, per esempio, al focus descrittivo, noto come granularità nella linguistica cognitiva), piuttosto che ricorrere a locuzioni prefabbricate, perché appunto la percezione è più satura dell’immaginazione (nel senso di imaging, non di imagination) del fenomenico. Per parlare semplice: io posso scrivere quando voglio di ”una bottiglia rotta”, ma devo davvero aver visto (come mi è successo di recente) un tappo dorato un po’ piegato al centro alla base della stessa per concepirne perfino l’esistenza, e desiderare di scriverne con una forza simile alla mia percezione esperienziale (e sua rielaborazione concettuale, fermo restando che separare percezione e concezione è artificiale, non lo si fa più da decenni nelle scienze cognitive). Mi risulta difficile combinare parole come in un tetris fino a ottenere un’immagine esperenzialmente ricca, che preservi il più possibile l’impatto extra-linguistico della cosa. Questo mi sembra davvero un argomento dove la visione post-strutturalista del linguaggio come dimensione altra, irriducibile al dato reale, che trascende il dato reale, ci fa una magra figura.

La conduzione di sé

[Continua la rubrica delle poesie del venerdì, quelle che non vedranno luce in un volume. Oggi propongo un breve testo, piuttosto recente, che in un certo senso si limita a catturare un momento, di per sé triviale ma che forse rivela qualcosa di meno scontato. Buona lettura]

 
 
 
 
 Porto, per spegnerlo, il fiammifero alle labbra
 vorrei che mi tremassero ma niente,
 il loro agire sulla fiamma che ascende è netto.
 Sarà cecità sognante, figura di carroarmato, o carezza 
 assestata nel punto giusto dell’accendersi;
 figura di sigillo, per esempio di quando
 l’esercizio chiude le serrande, o il bacio la storia. 

Contro il panottico del macrotesto?

L’idea centrale, la tesi fondante, la coesione, la progettualità in un libro di poesia. Benedetti argini contro il dilettantismo, certo, indici di serietà e impegno, di direzione della propria ricerca, ibridazione con i modi continuati del romanzo e del saggio, prodotto editoriale più solido e spendibile. Ma anche, forse, garanti di una riconoscibilità troppo imprestata, delocalizzata, imposta dall’alto sulla materia (e lo sguardo) che vi si devono adeguare. E che quindi possono stornare l’attenzione di chi legge dal giusto onere di fermarsi su ogni verso, di sentirne la vibrazione se c’è. Soprattutto, di apprezzare il verso e il testo in quanto tali, per il loro peso specifico, senza per forza assoggettarli al macrotesto, senza farne vassalli, microcosmi di un macrocosmo. Al di là e direi molto prima della tenuta, del progetto, dell’ambizione, c’è il singolo verso come gesto istintivo irriducibile, come miracoloso individuo del momento che il poeta farebbe bene a non ingabbiare o reprimere nel suo disegno complessivo, nel suo panottico.

A soffrire di questa impostazione, cioè dell’intenzionalità dimostrativa o monolitica (alla peggio brandita come marchio di fabbrica tematico o formale), non è tanto la spontaneità (che è un mito), ma piuttosto l’individualità del testo singolo, che come una persona dovrebbe (potrebbe) essere un organismo irripetibile, dato da risultanti accidentali, non ripercorribili. Rispetto al libro di poesia, la raccolta (io direi l’aggregato però) consapevole rinuncia al controllo demiurgico, lascia che i vari attori (le poesie) si contaminino secondo rispondenze più umorali che seriali, perché in fin dei conti una certa imprevedibilità rapsodica (quando non sfocia nel disimpegno ad armonizzare in qualche modo i testi, è chiaro) registra meglio una certa disposizione d’apertura, di riconoscimento di un saggio limite sulla nostra ansia di controllo. Il macrotesto troppo strutturato assomiglia all’alienazione: alla censura delle proprie spinte non allineate da un lato, e a una patente o cartellino sociale da esibire dall’altro. Riflessioni che mi vengono non solo pensando ad alcuni libri e prove recenti, ma anche a un illuminante commento critico che lessi molti anni fa e che, in sostanza, legava la minor riconoscibilità (la maggior variabilità) del modus di William Carlos Williams rispetto a quello di Wallace Stevens (autore che pure amo) proprio all’abbracciare, da parte del primo, una logica di minore antagonismo, di distensione, di disponibilità a essere plasmati dall’esperienza prima ancora che a plasmarla.

Il dono della meraviglia

[Propongo oggi una poesia molto ‘ibrida’ e insolita, anche bizzarra, e sicuramente molto diversa nel tono dalla maggior parte delle altre mie cose, nella sua leggerezza quasi da barzelletta o battuta. Anche per questo ho deciso di non inserirla nella già abbastanza eterogenea raccolta futura. Non escludo di magari provare a riscriverla per amalgamarla a un poema in progress che sto scrivendo, ma vedremo. Buona lettura, intanto]

 
 Il dono della meraviglia
  
  
 L’avventuriero britannico Suo Landlord, 
 stato nel Taj Mahal e nelle latrine delle megalopoli d’India, 
 che se c’è luce e risciacquo vai di lusso, e spera che il piede 
 non ti scivoli via e di non sentirti geologo d’accatto nell’operazione, 
 operante infatti in qualità di capo infermiere 
 nel reparto di massima urgenza, che i medici col contesto han poca dimestichezza, 
 che i medici li dirigo io e gli tengo testa, 
 chitarrista in band progressive rock negli scantinati di Manchester 
 atleta dinamitardo della risata
 sollevatore di pesi in cameretta 
 amante del curry e del piccante, che questa ricetta la soffiai 
 nell’esplorazione in moto della Tailandia tra foreste e capanne, 
 estimatore del gioco d’azzardo con l’adrenalina impennantesi al calar delle chances 
 e altresì della solidità dell’immobile in campagna già acquisito,
             leggenda infine per propria quasi imbarazzata ammissione
  
 una mattina io l’inquilino 
 verso il té into the bowl and not into the cup 
 e lui rimane di stucco.  

Poesie del sottobosco: un test diagnostico

Non occorre andare a funghi per imbattersi nelle famigerate ‘poesie del sottobosco’ – basta scorrere la propria facebook homepage. Se non ne vedete o siete voi stessi autori delle stesse, oppure siete più selettivi del sottoscritto nell’accettazione delle amicizie.

Per non rendere tali poesie del tutto inutili, propongo un semplice gioco/esperimento di natura deduttiva (uno specialista dell’informatica potrebbe ricavarci tranquillamente un algoritmo):

Fate caso alle poesie postate su facebook dai vostri contatti
e osservate come sono scritte:

1. ci sono metafore genitive o analogie preposizionali (‘X di Y’) sistematicamente ripetute? (tipo ‘le stanze del perdono’)
2. plurali generici di parole spesso astratte o archetipiche (luce, ombra, tempo, silenzio)?
3. il titolo dà già la chiave del contenuto?
4. ‘versi’ quasi sempre sotto le otto, nove sillabe?
5. grande riluttanza a usare gli articoli? (per es. ‘sono tempesta su deserti…’)
6 insistita anteposizione dell’aggettivo al sostantivo? (‘aspra solitudine’)
7. magari la parola ‘parole’ a fine verso? (‘cose’ è camp, ‘parole’ è kitsch… d’accordo, quest’ultimo punto è un sassolino che mi volevo togliere)
8. assoluta mancanza/assoluto sovraffollamento di ‘io-tu-io-tu’ (deissi personale)?

Se la risposta è si’ ad almeno 4 di questi 8 punti, siete al 99% davanti a una poesia del sottobosco (quell’1% restante sarebbe una sua geniale parodia, o il lavoro di un autore altrimenti geniale). Provatemi che ho torto.

NB: il sottobosco può finire su Einaudi, non viene più definito esclusivamente dalla sua natura ‘sommersa’…

Focus descrittivo ed empatia; su un passo di Bertolucci

[NB. Questa riflessione, risalente a un paio di anni fa, si è poi espansa in uno studio accademico, leggibile e scaricabile qui]

Premesso (è ovvio) che molte sono le strategie testuali e stilistiche potenzialmente fruttuose in poesia, e che occorre tenere la mente aperta al diverso, è pur tuttavia vero che ciò che sembra spesso mancare nella scrittura poetica odierna, perlomeno italiana, è un senso di concretezza sposata a minuziosità descrittiva. Senza voler per forza riproporre gli estremi iperrealistici di Elizabeth Bishop in The Fish (“speckled with barnacles, / fine rosettes of lime”) o di Philip Larkin in Church Going (“sprawlings of flowers, cut / For Sunday, brownish now”), per non parlare di Marianne Moore (”the snipe-legged hieroglyphic in three parts”, When I buy pictures), credo che questo focus descrittivo, quasi più da romanzo che da poesia, vada riscoperto. Non perché sia soltanto una scelta estetica tra le altre, ma perché presuppone l’attenzione (e dunque la cura) del soggetto osservante. Questa cura (quando non vira verso la morbosità iperrealista) diventa una direzione etica, in un mondo sempre più frettoloso, distratto, protagonistico e virtualizzato.

Per esempio, i versi di Bertolucci “lo spaniel invecchia sul mattone / tiepido” (da At home, leggibile qui) porta esattamente allo stesso effetto di determinazione visiva e di sensorialità tattile, segno di vicinanza e di contatto (reso ancora più cospicuo dall’indeterminatezza dei versi precedenti, dove troviamo ”vite”, ”storie” e ”memorie” – ringrazio Riccardo Innocenti per questa osservazione). Non “il cane”, né tantomeno “i cani”, ma l’iponimo ”spaniel”, con effetti che in linguistica cognitiva sono detti di granularità o specificità; l’effetto realista si traduce, almeno in me, in una vicinanza dello sguardo, in un prendersi cura, in un senso di presenza. Notare che qui non c’è nessuna personificazione, cioè nessun tentativo di assoggettare il diverso a sé, ma neanche di estrometterlo. I rapporti con ciò che ci circonda sembrano obbedire a una prossemica naturale, indossata senza sforzo. Questo spiega il mio prurito anti-ermetico, in particolare nei confronti dei fumosi plurali generici, coi loro referenti non indugiati a lungo, che spesso dicono di fretta e di desiderio di supremazia del discorso puramente verbale su quello della più lenta e accorta simulazione sensoriale.

Se non c’è direzione

 
[Continuano i venerdì delle poesie 'minori', d'archivio o declassate. Questa doveva aprire la mia terza raccolta, tuttora inedita, Doveri di una costruzione, ma poi ho deciso di rinunciarvi. Inizialmente la poesia era composta di haiku inanellati, poi trasformati in distici. Buona lettura]

 
 
Se non c’è direzione
  
  
 Corriera, wifi a strappi.
 Fanno impressione quei pioppi.
  
 Passata la statale 
 delle piscine i gusci verdeacqua. 
  
 Sopra, esteso, dell’altro niente 
 che si riversa in loro:
  
 casale deserto, fallire per sport,
 italia duemilasedici.
  
 Se non c’è direzione, 
 si brevetti la pioggia: sarà lei a... 
  
 fermi tutti, se ci siete, 
 fellow passengers qui
  
 tanto più la penso 
 quanto più manca 
  
 e abbaglia, la 
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