Nel suo canale Substack, il celebre storico e attivista Timothy Snyder ha di recente pubblicato un pezzo che in inglese diremmo thought-provoking, cioè che dà da pensare (link al primo commento). In sostanza, Snyder collega l’esecuzione di Renee Nicole Good a Minneapolis da parte dell’ICE alla cattura di Maduro appena quattro giorni prima. Lo propongo, non per difenderlo a spada tratta – Snyder è comunque rimasto in silenzio di fronte al genocidio dei palestinesi a Gaza, e questo non posso perdonarglielo – ma perché mi pare plausibile, e senz’altro va oltre le schematizzazioni campiste che parlano o di sfacciato imperialismo (vero, ma parziale) o di giustizia fatta nella rimozione di un dittatore (falso: il regime è in piedi e comunque “two wrongs don’t make a right”, a crimine non si risponde con crimine).
Di primo acchito i due eventi sembrerebbero scollegati, e invece… questo è quanto scrive Snyder (solo alcuni estratti, tradotti con DeepL):
“Le migliaia di uccisioni extragiudiziali nel Venezuela di Maduro sono state compiute da squadroni della morte organizzati. Queste azioni sono state descritte come difensive. Il regime di Maduro ha affermato che le persone uccise stavano resistendo all’autorità governativa e che gli uomini che hanno premuto il grilletto erano stati provocati da coloro che hanno ucciso. Minneapolis ha appena assistito a un’uccisione extragiudiziale, per mano dell’ICE, che assomiglia sempre più a un’organizzazione paramilitare presidenziale. L’azione è stata, orribilmente, giustificata dal presidente, dal vicepresidente e dal direttore della sicurezza interna, usando le stesse bugie raccontate dal regime venezuelano di Maduro. La vittima stava resistendo all’autorità governativa, hanno detto. L’uomo che ha premuto il grilletto era stato provocato, hanno detto. Non era l’assassino ad essere un terrorista”
E ancora:
“I membri delle squadre della morte di Maduro non temono alcuna azione penale. In Venezuela, nulla è cambiato da quando Maduro è stato estratto. Tutto ciò che è successo è che questa pratica si è diffusa anche negli Stati Uniti. L’agente dell’ICE che ha sparato in faccia alla madre è stato portato via, per essere indagato dalla stessa istituzione federale, il Dipartimento di Giustizia, che detiene Maduro […] Maduro ha affermato che i complotti internazionali erano responsabili dell’opposizione interna. Ora è un sostegno per l’amministrazione Trump che dice la stessa cosa.”
Insomma, se gli Stati Uniti hanno violato la sovranità di uno stato – non con un’invasione su larga scala, ma con un blitz comunque criminale – il Venezuela avrebbe di converso infiltrato le istituzioni americane. Il Venezuela – come la Russia – è il nuovo modello per gli Stati Uniti di Trump, che si apprestano a diventare il più grande stato Sudamericano. Gli Stati Uniti colonizzano le risorse, ma si lasciano colonizzare le istituzioni. Che Maduro sia quindi un nuovo consigliere dell’amministrazione di Trump? Un dittatore-coach per un aspirante dittatore?
A proposito. Dal pezzo di Snyder apprendo – non lo sapevo – che tra il 2018 e il 2019, le Forze Armate Nazionali Bolivariane del Venezuela hanno ucciso oltre 6000 (seimila!) persone con metodi simili a quelli dell’ICE (o dell’IDF: quando si parla di conoscenze tecniche, non è certo il campismo a contare; ma l’IDF agisce su base etnica, le Armate Nazionali Bolivariane su base politica, quindi volendo ICE si avvicina di più alle seconde). Da un articolo sul sito Democracy Now, di nuovo tradotto dall’inglese:
“Caracas ha dichiarato che circa 5.287 persone sono morte lo scorso anno per essersi rifiutate di essere arrestate dagli agenti e che lo stesso è accaduto ad altre 1.569 persone fino alla metà di maggio di quest’anno. Tuttavia, il rapporto delle Nazioni Unite suggerisce che molte di queste morti siano state in realtà esecuzioni extragiudiziali. Il rapporto riporta le testimonianze di 20 famiglie, secondo le quali uomini mascherati vestiti di nero appartenenti alle Forze di Azione Speciale (FAES) sono arrivati alle loro case a bordo di veicoli neri senza targa. Hanno poi fatto irruzione nelle loro abitazioni, aggredito le donne e le ragazze e rubato i loro beni”
“Uomini mascherati”, “veicoli neri”. Vi ricorda qualcosa? A me tutto ciò non sorprende. La cultura è memetica, cioè agisce per replicazione di unità culturali. E queste includono i metodi della violenza e dell’uccisione. Qui allego anche il rapporto ONU originale dove trovare, a metà circa di p. 15, le cifre di cui sopra (non che il resto del rapporto, fra torture e repressioni varie, sia più leggero).
Chi, e a sinistra sembrano essere in molti, ritiene Maduro un semplice autocrate, dovrebbe vergognarsi. 6000 morti in un anno e mezzo per mano delle forze di sicurezza (un giorno, non oggi, decostruirò questo sostantivo) sono quasi una Srebrenica diluita, ma non troppo, nel tempo. Quest’uomo dovrebbe essere portato a Le Hague, altro che al dipartimento di giustizia americano.
Resta, in chiusura, una domanda. Perché alcune uccisioni (George Floyd, Hind Rajab, Renee Nicole Good…) diventano emblematiche, scuotono la coscienza, mentre migliaia di altre anonime no? Questo sarebbe un discorso lungo, ma conta senz’altro l’abbondanza di prove documentali, di video, di registrazioni, che consentono una ricchezza informativa, e quindi anche la costruzione di una narrativa, che in molti casi non è possibile perché viene scientemente oscurata (come nel caso dell’Iran in rivolta di questi giorni, dove internet è stato oscurato). A tal proposito, è beffardo che Renee Nicole Good abbia dovuto agire da “legal observer” (una testimone volontaria) proprio in un sobborgo così pieno di telecamere. Telecamere che, se la narrazione non fosse diventata più forte della realtà, avrebbero già inchiodato i vertici della Casa Bianca. Ma viene il dubbio che proprio la sorveglianza (le telecamere di proprietà dello Stato) sia al tempo stesso un mezzo pubblicitario, e la dovizia di immagini un mezzo consapevole per amplificare l’intimidazione mafiosa. Ma sull’ambiguità interpretativa dell’immagine e del video, tra mezzo intimidatorio di esposizione alla violenza (e quindi annichilente l’energia e l’agenza dei cittadini) e necessaria prova documentale per una giustizia che dovrà essere fatta, sarà opportuno parlare un’altra volta.
A luglio, su Nazione Indiana era uscito un mio poemetto inedito, Ragazzo di carta, scritto circa un anno prima. In questo centinaio di versi, i ricordi pigri di un videogioco elementare (Paperboy, il ragazzo che consegna i giornali) al mare in Liguria sul finire degli anni ’90 lasciano gradualmente il posto a un presente che s’incupisce nella polarizzazione in occidente e culmina in quell’altra parte di Mediterraneo, nel Medio Oriente, dove c’era e c’è ancora, sia pur subdolamente rallentato nella formula retorica ma scollata dalla realtà materiale di un cessate il fuoco, un genocidio in cui la pelle di ragazzi e bambini è stata letteralmente resa carta bruciata che reca in sé e su di sé sempre la stessa insostenibile notizia – notizia che non fa notizia, che spesso muore una seconda volta davanti alle nostre porte di casa, tra indifferenza, sospetto e impotenza. L’urgenza di non tacere e usare la forma artistica del verso per esplorare la nostra inazione, complicità, e provare a immaginare il dolore dei palestinesi, ha avuto in me la meglio sui pure forti timori estetici di produrre un testo retorico e magari pure ipocrita nel suo tentativo di proiezione empatica. Giudicherete voi.
Se scrivo questo post e ritorno a questo poemetto a distanza di mesi, però, è perché un paio di settimane fa Demospaz (Istituto per i Diritti Umani, la Democrazia, la Cultura di Pace e Non Violenza, dell’Università Autonoma di Madrid (UAM)) mi ha invitato a contribuire ai loro podcast Poesia sobre Palestina e Lectura pública de poesía palestina de resistencia. Per il secondo podcast ho letto in italiano Se dovessi morire, poesia di Refaat Alareer divenuta famossissima – perché profetica – dopo la morte improvvisa del poeta e insegnante sotto i bombardamenti israeliani. La mia lettura verrà combinata a quella di altri autori per una resa polifonica, quindi al momento l’audio è ancora in lavorazione. Per il primo, ho invece registrato un audio proprio di Ragazzo di carta. Buon ascolto, in solidarietà con il popolo palestinese e con ogni altro popolo oppresso della terra.
Ieri era il giorno dei morti e io mi chiedo in che modo è mutata, alterata forse per sempre, la nostra percezione della morte, o meglio la percezione che alcuni di noi hanno assunto nei confronti della morte dopo esserci lasciati esporre – un po’ per volontà di conoscere e un po’ per coazione dell’algoritmo – ad alluvioni quotidiane di corpi straziati, buttati in fosse comuni, resi irriconoscibili dalle violenze: dalle atrocità di Bucha e Mariupol al genocidio palestinese in diretta, alle recentissime immagini satellitari su El-Fasher, in Sudan, col beige della terra intervallato da laghi rossi visibili dall’alto. E questo per limitarsi ai civili, perché le morti militari vengono ulteriormente disumanizzate, proprio in virtù della logica alla quale partecipano e che alimentano.
Come ho fatto altre volte, riprendo un sintagma dal Montale di Ballata scritta in una clinica: “anch’io mi affaccio […] all’enorme / presenza dei morti”. Montale si riferiva ai morti della seconda guerra mondiale, a me sono venuti in mente quelli di Hiroshima e Nagazaki (“la folle cometa agostana” sembra annunciare il fungo atomico, cui si allude con perifrasi o metafora sostitutiva). E ovviamente alla malattia – prefigurazione di morte – della compagna, non ancora moglie, Drusilla Tanzi. L’affacciarsi – forse questo la critica montaliana non lo dice – sembra comunque rimandare a una posizione di relativo privilegio, o riparo, come direbbe Guido Mazzoni nel suo nuovo saggio. Un riparo, precario ma che per ora tiene, dal quale la maggior parte di noi può ancora esprimersi nei social e per strada.
Obiettare che atrocità e violenze ci sono sempre state ed eravamo noi a non vederle o a non guardarle abbastanza coglie nel segno, ma non nel senso che si vorrebbe, di relativizzare e dunque minimizzare, secondo l’orribile ma sinistramente vero adagio hegeliano che il reale è razionale: ci fa invece capire qualcosa dell’arroganza del razionalismo, che può solo concepire una conoscenza super partes, staccata dai sensi – spesso derubricati come emotivi e ingannatori – e del tutto estranea all’esperienza, alla fenomenologia (come ci ricorda Merleau-Ponty in Fenomenologia della percezione). Si tratta dell’arroganza che non sa indignarsi per le sofferenze particolari perché le statistiche globali parlano di un miglioramento, o perché vede gli ottant’anni di (quasi) pace in (quasi) Europa come una parentesi contronatura della storia, rifiutandosi di assolutizzare il tempo presente nella pretesa di guardare ai tempi più lunghi ma non personalmnte esperiti della storia che precede. Così però è comodo, non stare nel presente è comodo.
Ma soprattutto, questa obiezione ci fa capire quanto veniamo da una società che tratta la morte come un tabù o una specialità per medici e becchini, quanto la ghettizza come un qualcosa di vergognoso, al pari del sesso nelle distopie di 1984 o del Racconto dell’ancella, quanto la priva della sua dimensione profondamente sociale e umana, coesiva. Lo avevamo visto negli anni surreali della pandemia – quando i morti erano tracciati in grafici giornalieri e si usciva di casa in un’atmosfera da guerra fredda atomizzata, di tutti contro tutti in reciproco sospetto – e in quanto quell’evento epocale sia come evaporato dalle coscienze. Non solo, come ci ricorda Mazzoni in Senza riparo, la pandemia non ha portato alcun capolavoro o filone letterario (non che io sappia): non è riuscita, cosa che è più grave, a farci sdoganare una riflessione collettiva sulla fragilità, sull’impermanenza, che oggi servirebbe moltissimo ai paesi non ancora toccati dalle guerre. Questo rimosso ci priva degli anticorpi per sentire e capire la morte degli altri.
Ultima considerazione. Da un punto di vista logico, sembra impossibile onorare morti che non si sono conosciuti in vita, e che pertanto non occupano spazio nella memoria episodica, biografica. È lo stesso motivo per cui, in una serie televisiva, piangiamo la morte del protagonista ma non l’uccisione di una comparsa, col culmine negativo raggiunto nei film splatter e nei videogiochi dove la vita è già zombificata, cioè equiparata a corpi che stanno in piedi e si muovono, ma non odorano, non annusano, non amano. E però la testimonianza, e in mancanza di questa l’immaginazione di una pienezza troncata, dovrebbero sopperire, aiutandoci a – come ho scritto in un inedito – “tenerci stretti alla catena degli esseri, / quella degli eventi stritolandoci e basta”.
[Un paio di settimane fa, Le parole e le coseha ospitato una mia riflessione su autenticità, lingua e responsabilità individuale in tempi sempre più bui, da fine 1938. Ringrazio di cuore Maria Borio e Laura di Corcia per l’invito, e più in generale per la tenacia e costanza con la quale hanno tenuto acceso il dibattito su questo concetto – che solo concetto non può e non deve essere. Riporto qui sotto i primi paragrafi; il testo intero lo trovate al link di sopra, o anche in formato pdf nella pagina Critica Militante del mio sito. Buona lettura]
Non sono solito dare troppo peso all’etimologia delle parole, sia perché non ho una preparazione da filologo classico o da storico della lingua, sia perché è l’uso corrente semmai a interessarmi. Eppure, nel caso di autenticità mi sento di fare un’eccezione. L’etimologia di questa parola rimanda al greco αὐϑέντης, composto di autos (me stesso) e hentes (colui che agisce): la definizione che se ne può estrapolare, “autentico è chi agisce secondo il suo vero sé”, ha la nettezza di una massima morale e consuona d’istinto con con riflessioni e sensazioni che vado attraversando da tempo. Questa definizione chiama in causa tre grandi sfere dell’esistenza: l’agire, cioè il comportarsi o la parte pubblica, sottoposta a scrutinio, del vivere; il vero, e con esso il presupposto che un vero esista e sia distinguibile da un non-vero; e il sé, ovvero qualcosa che ha a che fare con l’identità personale profonda, o meglio con la consapevolezza incrementale che un organismo ha di sé e della propria storia. Etica, verità e identità sono condensate in questa definizione come una novella trinità.
È risaputo che ciascuna di queste sfere è stata messa radicalmente in crisi nel ventesimo secolo: scoperta dell’inconscio e dell’irrazionale, relativismi culturali, scuole del sospetto, ermeneutica verticale e costruttivismi vari hanno trasformato il mondo da un testo almeno parzialmente intelligibile a un groviglio di segni ingannevoli. Nel Manifesto del Nuovo Realismo Maurizio Ferraris ripercorre le tappe principali di quest’attitudine facendola culminare nell’ossessione postmoderna di virgolettare ogni idea per distanziarsene ironicamente e scacciare ogni sentore di dogmatismo – o di fede.
Oggi dovremmo renderci conto di quanto nociva quell’eredità sia stata e continui a essere per il discorso pubblico, e quindi per lo stesso vivere civile: ancora con Ferraris, “il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività si è compiuto, ma non ha avuto gli esiti emancipativi profetizzati dai professori” (Manifesto, p. 5). Ne è un esempio l’irresponsabile acrobatismo verbale per cui una guerra d’invasione imperialista viene riverniciata con l’eufemismo “operazione speciale”, e un plausibile genocidio in mondovisione con l’eufemismo “guerra”. La proposta del secondo Wittgenstein che sia l’uso, e non la denotazione, a stabilire il significato delle parole viene così grottescamente avverata. Recidere il legame fra le parole e loro denotazione equivale a privarle delle loro condizioni di verità – intesa qui come validazione intersoggettiva fondata sui dati d’esperienza e il più possibile estranea a preconcetti ideologici. La caduta delle condizioni di verità accelera il crollo della coesione sociale e dello scambio democratico che queste condizioni presupponevano e fondavano.
[Ripubblico, con minimi ritocchi, un mio contributo uscito oltre tre anni fa sulla rivista online L’Estroverso, per la rubrica Dall’inizio a cura di Gianluca D’Andrea e Gabriel Del Sarto. Credo sia leggibile come il prequel dell’intervento Mutevolezza, dramma e tensione relazionale che ho ripubblicato di recente qui. Avvertenza importante: il pezzo è del 2021. Avrei veramente scoperto la storia e la politica nel 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina. Quella è stata una cesura netta, aggravata ulteriormente dopo il 7 ottobre 2023, con il massacro compiuto da Hamas e lo sterminio continuato dei palestinesi a opera di Israele che ne è seguito. Buona lettura]
All’inizio, quindicenne, m’incensavo esaminando alcune mie poesie in terza persona, rivolgendomi a me stesso per cognome, cercando di imitare le analisi delle liriche di Montale sui libri di testo del liceo. Utilizzavo spesso i campi archetipici della luce e dell’ombra, ma mi compiacevo nel mutarli di segno, come Baudelaire i suoi fiori: il buio che protegge e rivela, la luce che acceca e stecchisce gli insetti. In sostanza, trasfondevo nella scrittura in versi quella megalomania triste, forse non priva di tenerezza, di quando, alcuni anni prima, misuravo il diametro apparente del sole e della luna col righello, cercando improbabili formule; o di quando annotai su un quaderno un paradosso che mi parve farina del mio sacco, e che poi mestamente scoprii già essere stato formulato, oltre duemila anni prima, da Zenone. Ripetevo così in me stesso goffamente un’unghia di storia intellettuale e di civiltà già accaduta. Guardavo indietro senza sospettarlo. La stessa megalomania di quando disegnavo città dall’alto e cruscotti di automobili immaginifiche, o costruivo transatlantici e grattacieli con i lego. Ne è rimasta traccia nel mio secondo libro, Non di fortuna (Italic Pequod, 2017), e più precisamente nel poemetto Le bolle azzurre:
Il via lo dava lo scroscio dei mattoncini a terra, cameretta diventava un cantiere toccato tutto insieme e avrei esplorato la perfezione dopo di un transatlantico, un castello, un grattacielo alto più di me.
L’ossessione per la grandezza è un tratto infantile, intransitivo perché esclude o umilia l’Altro. Una manciata di versi dopo, infatti, il testo prosegue così:
Mia sorella metteva situazioni in bocca a minutissimi inquilini; io “l’ho fatto io” dicevo. E non faceva che decrescere, mattone dopo mattone decresceva la casetta di mia sorella…
«Io l’ho fatto io». La costruzione irradiava il mio ingegno, la mia ambizione, il mio ingombro. L’esserci, il voler restare al centro dell’attenzione, in un’infanzia e preadolescenza di relativo benessere materiale e di sicuro benessere affettivo. Non potevo allora, bambino, dare credito al più difficile e sottile talento di chi insufflava vita in personaggi per cui la casetta era un semplice mezzo per imitare la vita; non un fine, e meno che mai lo show di un architetto demiurgico. Solo molti anni dopo avrei capito che dare voce agli altri, entrare in prospettive sul mondo divergenti dalla propria, e in sostanza riportare in vita una poesia drammatica (nel senso teatrale e mimetico del termine) sarebbe stato un percorso fecondo, sprigionante tensione e dinamicità plastica, opposta alla fascinosa compostezza di un totem testuale intransitivo. Mia sorella aveva ragione. Nella poesia appena citata, avevo voluto allegorizzare questi due poli, sinistramente accostando il me bambino ai politici che, allora come oggi, promettevano un Ponte sullo Stretto anziché impegnarsi a mettere in sicurezza le scuole pubbliche o prevenire il dissesto idrogeologico.
Al tempo stesso non mi è difficile riconoscere che questa ossessione per la grandezza ha creato terreno fertile per una forma di fedeltà, di perseveranza e concentrazione che credo abbia accompagnato da allora il mio fare versi. Questa ossessione non mi ha mai veramente abbandonato: ho vissuto, per esempio, il progetto di dottorato (2011-2015) con un fervore da crociato, e la sensazione che le 400 pagine della monografia che ne è venuta fuori fossero un frammento appena di una totalità pensata, di un possibile che non potrò mai scrivere. La mia distrazione o absent-mindedness che spesso mi si leggevano in viso, o per cui venivo ora bonariamente ora più seccamente redarguito, era forse il recto di quell’attenzione interiore, di quella dedizione rimasta infantile.
I miei inizi, tra il 2000 e il 2001, quando facevo l’esegeta di me stesso perché nessuno avrebbe comunque ascoltato e capito, sono stati quindi intransitivi. Mancavano gli altri, il loro mondo mancava perché, semplicemente, non c’era spazio, e forse nemmeno vedevo un modello di socialità che potessi apprendere, non sentendolo istintivamente. Mai fatto parte di squadre di calcio o di pallacanestro, e delle partite dell’oratorio estivo (debole instradamento al cattolicesimo, dalle cui formule svuotate di vero rituale sempre mi sono sentito estraniato) ricordo più la polvere e il pallone che i rapporti di amicizia, inimicizia o indifferenza tra noi giocatori improvvisati. Costruire internamente e scrivere, allora. C’era altro da fare delle domeniche? mi chiedo citando Sereni, che avrei scoperto tre o quattro anni dopo. La provincia, una sterminata domenica, continuerei sostituendo a «domenica» il suo più calzante correlativo spaziale, cioè «provincia». La provincia alessandrina dei miei primi diciott’anni come un fantasma d’immobilità che torna a visitarmi ogni volta che avverto un luogo, una relazione o una forma poetica a rischio di esaurimento:
Nel posto da cui vengo rimane a metà ciò che serve. Tra l’immobile rimane e i giri a cerchi ristretti, non densi. Non si pensi al caffè analogia facile ora che che svendono.
Anche questa poesia viene da Non di fortuna, libro probabilmente imperfetto ma dove ho cercato di fare i conti con il mio passato (e dunque il luogo natio) in maniera meno episodica che in Per ogni frazione – mio esordio vòlto soprattutto alla scoperta presente, negli anni più solari dell’università pavese, segnati da incontri importanti. Eppure anche in Per ogni frazione si trova una poesia “dedicata” a Valenza e dove tuttora, come un moncone di me stesso, vive e invecchia la mia famiglia. La seconda parte di Valenze recita così:
Piuttosto non c’è da permettersi rancore, né dolcezza all’incontrare le panche, gli asili e un grigio già oltre la provincia ma con il conforto di non essere città.
«Ti ha visto nascere» muoverebbe a rimprovero un poeta, ma se manco dall’ignorarsi come scelta si è cominciato mai.
Estraneità reciproca, incomprensione fra io e luogo, smarrimento esistenziale in forma sedata, crepuscolare come la provincia stessa. Possono sembrare solo topoi letterari, ma ogni topos autentico non è che la forma cristallizzata di sentimenti extra- e pre- letterari, di costanti antropologiche e sociali avvertite già nell’intimo dei corpi. Ancora da Per ogni frazione, dal poemetto Sensi della piazza:
Piace autocitarsi negli abbracci alle coppie di sabato in sabato a un concerto locale, se non per rispetto alla piazza in ottemperanza di essa. «A presto, amo’», e all’appuntamento l’indomani si aspettano (Biblioteca Comune Duomo> un mezzo giro dall’altro, un tanto per confermarsi e smentirsi.
Non devo vergognarmi se dico che il sostrato sociologico e parte di questo immaginario hanno più a che vedere con le canzoni degli 883 che con la cosiddetta cultura alta, di cui mi nutrivo discontinuamente e più per la capacità di formalizzare l’esistente che per gli esistenti che proponeva. Non ci sono state guerre nella mia formazione, non c’è stata la Resistenza, non ci sono stati il ’68 né il ’77, e durante la Guerra del Golfo avevo solo sei anni. Ci sono state le feste dell’Unità, ma come depoliticizzate, se è vero che ne ricordo appena le luci e i palloni, e al limite un senso generico e forse posticcio di comunanza a cui non hanno fatto seguito letture politiche – e meno che mai una militanza:
«Basta! basta con…» intona il corteo un giorno (il concordato). Marcia come a inizio Novecento, si rifà nelle danze ai Sessanta. Mi sfila accanto, senza resistervi mi sarei immesso… ma né padroni né borghesi, l’altra parte oggi è invisibile; e mimarla, «selezionare oggetto di contestazione prego», è stato (sottovoce) il mio modo di completare il coro.
Se De Angelis in anni veramente politici poteva scrivere, per distanziarsene, «fuori c’è la storia, le classi che lottano», per me la storia era solo una materia scolastica da studiare. Sentivo una plastificazione della politica nei cortei scolastici, ero dispossessato. Perfino l’11 settembre 2001 non ha lasciato alcuna traccia nel diario che allora tenevo (come ho scoperto con shock l’anno scorso, sfogliandolo) e che pullulava invece di velleità teorico-poetiche, resoconti di gite scolastiche, infatuazioni adolescenziali. Non solo quell’evento terribile e decisivo arrivava schermato; ero io stesso uno schermo anestetizzato, compensavo una certa profondità interiore (qualunque cosa questa espressione significhi) con un torpore e un’inerzia notevoli, che la scrittura poetica come pratica di ascolto e apertura mi avrebbe negli anni insegnato a stemperare, e finalmente a bucare. Il senso di colpa per quella omissione sarebbe comunque riemerso, portandomi nel 2011 o 2012 a scrivere una poesia che allude all’11 settembre (di nuovo dalle Bolle azzure in Non di fortuna), ma da una prospettiva il più privata possibile, l’unica che mi fosse nota:
cercavo l’acqua le dodici del dodici settembre il momento di confine l’acqua in bottiglia planavo piano col palmo per non rovesciarla farla mia non rovesciarla lei offerta lei indifesa mi ricorda no non si parte: per la cronaca è l’undici per me è il dodici ma è l’undici per me che cado in sonno solo in sonno e atterro liscio sul letto secondo fisica salvo sul letto secondo biologia
Nonostante la mia scrittura proceda costantemente attratta dall’apertura, dal nuovo, dall’Altro, e anche se forse questa apertura si dispiega più compiutamente nelle raccolte inedite Doveri di una costruzione (2016-2021) e La parzialità dei molti (2018-in fieri), questo fantasma d’immobilità non viene mai del tutto meno, e anzi forse si fa paradossale carburante della scoperta e della sempre maggiore inclusività dei miei testi. Questo mi sembra particolarmente vero per questo passaggio dall’inedito La parzialità dei molti, scritto nel 2018 o 2019:
Una mattina in sommessa ebollizione, un oggi che sento di volermi scoccare e incistarmi in mezzo agli slogan, alle fake news, un cristallino fatto stalattite che affondi voi, una buona volta, che squarci quel bar di paese dove per sempre mi sarei bloccato. Facilita il processo la luce bianca e moderata del sole baltico, sovente in odor di grigio ma ora no, laser che senza affocare svela. Sentirsi vivi ma frustrati per non esserlo di più, tenaci a giorni, a ore alterne, con piani di conquista da andar detti a mezza voce, al cinema sotto le stelle, tanto timidi e intimi e radical essi sono: un impero in divenire costruito su una nobiltà di sperperi, sul dono del confronto strappato al conto che langue, figura del poliedro senza vertice, io lo oppongo chiaramente all’altrui, chiaramente. Sono, in tanti siamo, proprio questo poliedro, questa rete per quanto taciturna e malmessa, e voi non la vedete. È la nostra politica, restare vicini anche se solo a strappi, morsi come siamo dal tempo e le distanze, ma voi non lo vedete. Ma voi chi, incalzate di rimando. Non so assegnarvi un viso, o almeno non sempre, è frustrante. Alcuni sareste amici miei, alcuni parenti, altri mi avrete fatto attraversare a un semaforo, altri avrò ordinato un bicchiere, altri non capisco che vi muove; altri mi apparite al plasma, e basta. Ma state in una piramide, questo sì. E la base abbruttita dal peso la terra di sotto abbruttisce, la terra degli ultimi per come mi è dato di intuirla dal plasma. Ho detto poliedro, ma potevo dire rosa, cerchi concentrici di un sasso lanciato senza odio, ragnatela al suo primo nascere.
Torna «quel bar di paese dove per sempre mi sarei bloccato» al quale opporre i contatti umani sempre coltivati, un «restare vicini anche se solo a strappi», un vitalismo da «nobiltà di sperperi» attizzato dalla nuova posizione geografica (i paesi Baltici), lavorativa (membro organico di un’università) ed esistenziale. Questo passo, con cui mi sembra giusto chiudere questo svelarsi un po’ sbandato, lontano dal rigore a cui punto in veste di critico, è una fuga dalle radici che non sento di avere e che tuttavia non smetto di cercare, diviso fra il terrore delle sabbie mobili, dello stagno, e la mancanza di coraggio o l’incoscienza per abbracciare un nomadismo integrale, itinerante. «Non so scegliere, né rinunciare», avevo scritto nella prosa conclusiva di Non di fortuna, e non so quanto questa affermazione tradisca più indecisione o apertura. La mia scrittura credo stia qui, in una misurazione delle distanze e nella controspinta di una ricerca di contatto, nello sguardo analitico sull’esistenza e nella tentazione calda del flusso, del trascendere sé negli altri, nei loro «cerchi concentrici / di un sasso lanciato senza odio».
“Eh, ma è una questione complessa…”. Quante volte abbiamo sentito o letto questa frase, specie in certi dibattiti su temi cosiddetti sensibili – che poi sarebbero tra quelli più centrali ed urgenti? La complessità evocata dal nostro interlocutore ogni qualvolta prendiamo posizione su temi appunto sensibili o divisivi è meno ancora di una strategia pseudo-argomentativa: è in realtà un invito indiretto a troncare o dirottare il dibattito. Un invito usato, per esempio, tanto da quelli che difendono Israele contro ogni evidenza e contro ogni morale quanto da quelli, solo in apparenza opposti, che considerano l’Ucraina il puppet state di una guerra per procura – da bravi cospirazionisti che confondono l’essere di sinistra con l’essere antiamericani.
Per prendere sul serio il concetto di complessità, occorre anzitutto restaurare l’integrità semantica delle parole. Cosa vuol veramente dire “complesso”? “Complesso”, nel senso tecnico del termine, significa ciò “che risulta dall’unione di più parti o elementi […] che ha diversi aspetti sotto cui si può o si deve considerare e di cui bisogna tener conto” (Treccani). La complessità vera insomma è struttura al quadrato: costruire un edificio è complesso perché articolato in tantissime fasi di progetto, dalle misurazioni sonore e geologiche alla scelta dei materiali, per non parlare dell’aspetto burocratico e legale, degli innumerevoli permessi da richiedere e delle norme da rispettare; è certamente complesso un motore a turbina; è complesso un testo letterario perché oggetto multidimensionale con aspetti ritmici, semantici, ideologici; è ipercomplesso un organismo vivente, altrimenti non si spiegherebbe l’esigenza di miriadi di specializzazioni mediche, ciascuna delle quali richiede anni e anni di studio e pratica.
In casi come questi, tuttavia, la premessa è che la complessità sia leggibile come un agglomerato di parti discrete e in relazione (spesso gerarchica o causale) fra loro. Un testo, per esempio, può avere tanto coesione semantica quanto frasi solo coordinate (e non subordinate), e però fra queste due proprietà solo la prima è discriminante per assegnare a una stringa di parole la qualifica di testo (almeno secondo Robert De Beaugrande e Wolfgang Dressler, Introduction to Text Linguistics, 1981). Essendomi occupato di difficoltà, oscurità e complessità, questi sono argomenti che ho studiato a fondo. O per fare un esempio alla portata pressoché di tutti: sia il motore che lo specchietto retrovisore sono parti di un insieme complesso, l’automobile. Vanno per questo trattati allo stesso modo? meritano cioè la stessa incidenza sul nostro concetto di automobile? No, per niente.
Quando però si usa il termine “complessità” per trasferirlo su un piano storico-geopolitico-sociale, il vero significato sottinteso diventa “intricato” e quindi “fumoso” o “fangoso”: non più una complessa formazione cristallina ma una mappazza, insomma. O uno schermo che finisce per rendere nere tutte le vacche. Dietro questo schermo fittizio scompaiono verità materiali ed elementari quali quelle di aggressore e aggredito, nonché l’esistenza regolatrice di coordinate terze (per esempio il diritto internazionale) e i rapporti di bruta forza in campo. Questo perché ci si rifiuta di stabilire priorità fra gli aspetti di una questione, di vedere alcuni come più basici o fondativi degli altri. Siamo quindi alla trasformazione, anzi allo svuotamento, del concetto stesso di complessità: che diventa, nelle varie teorie della cospirazione, una mera espansione rizomatica di aspetti e cavilli (il postmoderno è contro di noi e continua a combatterci con successo) tra loro tutti ugualmente degni di considerazione. L’errore di voler estendere un principio social-politico come l’antigerarchismo alla struttura del reale è enorme e ha conseguenze nefaste per la conduzione del dibattito e quindi per le fondamenta stesse del vivere civile.
Perché allora usano “complessità” e non “intrico” o “mappazza”? Beh, il richiamarsi alla complessità permette di sviare con eleganza assumendo una severa, dignitosa postura “intellettuale”. Affermare che qualcosa è scandalosamente semplice, quantomeno nelle sue linee essenziali, oggi fa passare per ingenui o per fanatici propagandisti. Ma la propaganda oggi funziona non solo proponendo manicheismi semplici (per es. buono vs cattivo, civiltà vs barbarie) ma anche moltiplicando i cavilli ad hoc e infischiandosene del principio di non contraddizione: esistono decine di presunte motivazioni per l’invasione russa, e proprio perché sono tante, si finisce per accettarle tutte o accettare quella che fa al caso proprio. Una bassa tecnica di vendita, insomma, alla Berlusconi – come notava Umberto Eco in un articolo intitolato ‘Tecniche del venditore di successo’ e pubblicato su “La Repubblica” nell’ormai lontano 2003:
Il venditore non si preoccupa che voi sentiate l’insieme del suo discorso come coerente, gli interessa che, tra quanto dice, di colpo vi possa interessare un tema, sa che reagirete alla sollecitazione che vi può toccare e che, una volta che vi sarete fissati su quella, avrete dimenticato le altre. Quindi il venditore usa tutti gli argomenti, a catena e a mitraglia, incurante delle contraddizioni in cui può incorrere.
Spesso, quindi, la tanto decantata complessità altro non è che un moltiplicarsi informe di pretesti, argomenti, un’espansione egemonizzante. La variante populista di questa presunta “complessità” è un fenomeno noto come “both sideism“, che esattamente allo stesso modo finisce sempre per assolvere il forte equiparando vittima e carnefice, aggredito e aggressore. Così lo descrive lo storico Timothy Snyder in un bell’articolo su Substack (mi limito a riportarne un passaggio):
Both-Sidesism is another dualism. When confronting a phenomenon, for example an election or a party convention, the acolytes of Both Sides perform two steps. They reduce events to two personalities, then treat them as equal aspects of the two-headed divinity known as Both Sides. Again: that there only two sides, and that the two aspects are the same, are unspoken articles of faith. Once this initial ritual has been performed, the task of the priesthood is to sense disturbances that disrupt the apparent equality of the two aspects of Both Sides. The mythic utterances of the priests of Both Sides – bad journalism — resolve the cultic tension that appears when a difference between the two aspects emerges.
Che il paravento sia un’intrattabile “complessità” o l’apparenza ecumenica e sobria del “ci sono sempre due parti in gioco/due campane/due lati della medaglia”, il risultato è lo stesso: indebolire o sopprimere il dibattito con una formula fideistica che letteralmente impedisce di guardare alla struttura (multidimensionale e questa sì, complessa nel vero senso del termine) della realtà che ci tocca – o che ci dovrebbe toccare.
Ovvio che nemmeno la percezione pura e semplice, ovvero i sensi non amplificati dalla tecnologia, sia del tutto affidabile nel conoscere la realtà. Non lo è per quanto riguarda il mondo microscopico né quello macroscopico – altrimenti penseremmo la Terra ancora piatta; non lo è quando ci sono effetti d’illusione ottica, o di natura sinestetica come l’effetto McGurk, dove un labiale disallineato con ciò che udiamo ci porta a percepire un suono intermedio fra le due fonti – visiva e audio. Non lo è, o almeno non facilmente, quando si tratti di discernere i deepfake. Non lo è come base per le predizioni, come insegna Popper. E non lo è anche perché la percezione ha una forte componente top-down, cioè di predizione probabilistica, che impone schemi su quanto vediamo: può capitare, per esempio, di scambiare una macchia a stella o una foglia accartocciata per un insetto, nell’arco di decine di millisecondi che però bastano a farci trasalire.
Tutte queste ragioni, però, non giustificano la deriva anti-empiricista sulla quale il costruttivismo e i vari postmodernismi ci hanno incanalato, e che è diventata un fenomeno di massa con i cospirazionismi, e il rifiuto di taluni a glissare su evidenze mastodontiche adducendo principi o richiamandosi a surstrati ideologici. Tale deriva non va derubricata a moda intellettuale: è nientemeno che un assalto al senso comune, e quindi alla coesione fra le persone e gli esseri, la possibilità stessa di pensarci esseri sociali e di agire di conseguenza. Se io e te vediamo la stessa sedia, possiamo dibattere se questa sedia sia comoda o meno, e quindi convergiamo su qualcosa di solido, impariamo gli uni dagli altri. Oggi lo statuto stesso di questa realtà è fragile, molti ci trascinano su questioni ontologiche: esiste o no la sedia? esiste o no la crisi climatica? siamo sicuri che non sia una montatura?
Non è un problema recente: come scrive Maurizio Ferraris in ‘Manifesto del nuovo realismo’, ‘Dagli scettici antichi a Cartesio, sino alla Fenomenologia dello spirito di Hegel, la contestazione dell’esperienza sensibile si effettua in base a una confusione tra epistemologia e ontologia: i sensi possono ingannare, dunque si revoca qualunque autorevolezza anche ontologica all’esperienza sensibile’ (p. 51).
A volte penso che il cospirazionismo sia il capolinea stravolto di un’ermeneutica che, col postmodernismo, ci avverte di non fidarsi delle apparenze, che la verità è più profonda o più laterale. Si ha paura delle superfici, insomma, come se affidandoci a queste fossimo noi stessi superficiali. Non si vuole capire che sono queste superfici, invece, a essere altamente informative, benché non esaustive. Che gli edifici non siano solitamente a forma di piramide rovesciata ci dice qualcosa sulla loro funzione, e quindi sul loro contenuto sociale.
Cosa accomuna, nonostante differenze abissali di quoziente intellettivo e risvolti epistemologici, il giovane Wittgenstein quando afferma a un esterrefatto Russell che non possiamo essere certi che non ci sia un rinoceronte in aula, e Donald Trump quando afferma che gli immigrati haitiani si mangiano gli animali domestici?
Wittgenstein e Trump si fidano di un senso più alto o profondo o persuasivo che il povero, bistrattato senso comune: la logica il primo – logica che prescinde dall’empiria – e la finzione il secondo – finzione che, di nuovo, prescinde dall’empiria, perché ne crea una alternativa, più avventurosa, essendo la realtà sensibile divenuta noiosa e deprimente da quando non si hanno più gli strumenti per guardarla e sentirla.
Forse da qui viene il mio attaccamento ai poeti che scrivono “in analogico”, senza dimenticarsi del proprio sensorium: significativamente, il primo libro importante di Philip Larkin si intitola ‘The Less Deceived’, ‘Il meno ingannato’. Un poeta realista, dall’occhio fotografico, potrà sempre ingannarsi; ma gli inganni delle ricette ideologiche sono immensamente più grandi e pericolosi rispetto a una percezione opportunamente allenata.