Categoria: Traduzione

  • 32# Versioni da Philip Larkin su L’Ulisse

    Sull’ultimo, ricchissimo numero della rivista L’Ulisse (no. 27), dedicato al tema monografico “Poesia, fotografia e post-fotografia”, e curato da Francesco Deotto, Stefano Salvi e Italo Testa, sono apparse anche sette mie versioni da Philip Larkin (pp. 414-421), e più precisamente dal suo “vero” esordio,The Less Deceived (1955). Nello stesso numero della rivista, scopro con piacere che Michela Davo ha dedicato un puntuale saggio (pp. 160-170) a Lines on a Young Lady’s Photograph Album, che apre il succitato libro. In questo saggio, in linea con l’impianto monografico del numero incentrato sul rapporto fra poesia e fotografia, la studiosa esamina l’interrelazione e le discrasie fra arte poetica e arte fotografica, restando vicina ai segnali stilistici di Larkin e ponendosi in dialogo con interpretazioni precedenti e la testimonianza della stessa young lady dedicataria della poesia. Subito dopo le mie traduzioni (pp. 421-436), fra l’altro, troverete anche le versioni del mio sodale Roberto Minardi dal poeta honduregno Roberto Sosa, mai prima tradotto in italiano se non dallo stesso Minardi, se non mi sbaglio.

    Nel 2024 ho tradotto Larkin con discreta costanza – circa una ventina di testi, tutti da The Less Deceived, con l’auspicio di tradurre l’intero libro (qui potete leggere alcune mie note traduttologiche a riguardo). Nel 2025 mi sono un po’ fermato, complice forse la consapevolezza che a breve uscirà addirittura un Meridiano Mondadori sul poeta inglese – ottima notizia di per sé, ma anche dolceamara, per quanto riguarda ostacoli legati ai diritti d’autore nella circolazione di versioni alternative a quella che sarà la versione ufficiale.

    Proprio alla luce di ciò, tuttavia, mi fa molto piacere che circa un terzo di questo mio piccolo corpus abbia iniziato a circolare su una rivista free access ma al tempo stesso di ottimo livello accademico. La mia speranza è quella di aver preservato qualcosa della particolarissima tonalità del dettato larkiniano. Lascio a voi il giudizio sulla bontà o meno di questo mio sforzo. Qui sotto, un primo assaggio – il resto, appunto, lo troverete direttamente sul pdf della rivista ai numeri di pagina indicati.

    Absences

    Rain patters on a sea that tilts and sighs.
    Fast-running floors, collapsing into hollows,
    Tower suddenly, spray-haired. Contrariwise,
    A wave drops like a wall: another follows,
    Wilting and scrambling, tirelessly at play
    Where there are no ships and no shallows.


    Above the sea, the yet more shoreless day,
    Riddled by wind, trails lit-up galleries:
    They shift to giant ribbing, sift away.


    Such attics cleared of me! Such absences!

    Assenze


    La pioggia pizzica un mare che stride e s’inarca.
    Pavimenti precipitosi collassano in vuoti,
    svettano improvvisi, brizzolati. In contromarcia
    crolla un’onda come un muro: ne arriva un’altra,
    avvizzisce poi balza, gioca inesausta nei moti
    dove non si tocca e manca nave o barca.


    Sopra il mare, pure più privo di coste è il giorno
    crivellato dal vento, che si trascina a rimorchio
    gallerie luminose: smottano in volute immense,


    sfumano. Oh attici purgati di me! Oh assenze!

  • 23# “Outgrow”: on the beauty of a word

    Quando voglio pensare a qualcosa di bello – e questa voglia di bellezza diventa tanto più prepotente quanto più ci si rifiuti di distogliere sguardo e mente da orrori, atrocità, soprusi, umiliazioni anche della verità – penso spesso a una parola. Questa parola è il verbo outgrow, bellissimo per struttura e significato, e mirabilmente usato da Derek Walcott in “Midsummer Tobago” – una breve poesia imagistica e di elenco nominale, venato di nostalgia: “days I have held / days I have lost, // days that outgrow, like daughters, / my harbouring arms”.

    Penso sia intraducibile. Il senso letterale di outgrow è spesso reso in italiano in modo analitico, e dunque ingombrante, con la locuzione “diventare troppo grandi per”. E subito viene in mente un genitore che rimprovera il figlio (“sei troppo grande per queste cose ormai”), e viene così del tutto meno la forza direzionale del crescere (grow) e del prefisso spaziale out-, emancipante. Una traduzione più morfologicamente e poeticamente vicina sarebbe “trascendere” (etimologicamente, “salire oltre”) – ma è troppo connotata spiritualmente e credo perda, nel senso e nell’intesa comune, la fisicità di outgrow. Meglio forse “tracimare” o “traboccare”, che però perdono la connotazione spirituale, fortissima in outgrow, che porta in sé anche quell’inesprimibile sentimento agrodolce di aver oltrepassato ciò che si era, i propri limiti precedenti e quelli del proprio ambiente di origine (o anche dell’ambiente acquisito dopo), in parte estraniandoseli.

    Outgrow è dunque terribile nelle sue connotazioni conflittuali, poste a metà fra trascendenza e alienazione, liberazione e addio. Proprio da questo senso, di perdita e sollievo, credo derivino le scelte antonimiche di Walcott (held, lost), poste in perfetta antitesi grazie al parallelismo versale.

    Amelia Rosselli ha famosamente impiegato “fuoriuscire” con tono tra implorazione e ingiunzione (“Cercatemi e fuoriuscite”), e forse “fuoriuscire” si avvicina ad outgrow, ma resta un po’ prezioso, perdendone l’assoluta pianezza linguistica. In una traduzione di “Midsummer Tobago” incrociata online il traduttore Alessandro Panciroli opta per “oltrepassare”, altra scelta sintetica interessante perché mantiene sia la struttura morfologica che il senso fisico e spirituale dell’andare, appunto, oltre. Però “oltrepassare”, così come “fuoriuscire”, implica un movimento orizzontale nello spazio, non un rigoglio multidirezionato del corpo e della mente che travalica i propri limiti precedenti, fattisi di colpo vecchi. Ecco, “travalicare”, altra scelta possibile, così come “eccedere” (forse la mia preferita, se non fosse per quell’eco normativa-legale che la irrigimenta) – ma, di nuovo, senza quella malinconia dell’ingombro, del lasciarsi indietro qualcosa, che sento come elemento integrante, anzi fondativo di outgrow.

    Il verbo outgrow suggerisce quindi una metamorfosi al tempo stesso di liberazione e di abbandono, come la farfalla che fuoriesce o trascende o eccede o oltrepassa la crisalide. Crisalide che era salvezza in quel suo involucro, ma che sarebbe diventata asfissia, condanna. Non è solo una questione traduttiva, non in senso stretto. Forse per me è autobiografica. Quando penso a una parola bella e che descrive elementi agrodolci della mia vita, outgrow è la parola che penso.

    When I want to think about something beautiful – a desire for beauty which becomes especially forceful once you refuse to avert your gaze and mind from horrors, atrocities, abuses, humiliations, including of the truth – I often think of a word. This word is the verb “outgrow”, beautiful in structure and meaning, and admirably used by Derek Walcott in “Midsummer Tobago” – a short, imagistic poem with a list of noun phrases tinged with nostalgia: “days I have held / days I have lost, // days that outgrow, like daughters, / my harbouring arms”.

    I think it is untranslatable in Italian. The literal meaning of “outgrow” is often rendered in Italian in an analytical and therefore cumbersome way through the expression “diventare troppo grandi per” (“to become too big for”). This immediately brings to mind a parent scolding their children (“you’re too big for these things now”), and thus completely loses the directional force of growing (grow) and the emancipating feel of spatial prefix out-. A more morphologically and poetically accurate translation would be “trascendere” (etymologically, “to rise above”) – but its spiritual connotation is overarching and renounces the physicality of “outgrow”. Perhaps “tracimare” or “traboccare” would be preferable, but these verbs lose the strong spiritual connotation of “outgrow” – which also, and crucially, carries with it that impalpable bittersweet feeling of having gone beyond what you were, beyond your previous limits and the limits of your original environment (or even the environment acquired later), partly estranging yourself in the process.

    “Outgrow” is thus unforgiving in its conflicting connotations poised between transcendence and alienation, liberation and farewell. It is precisely this oxymoric sense of loss and relief that is conducive to Walcott’s antonymous choices, placed in perfect antithesis by the parallelistic structure of the lines I quoted before.

    Italian poet Amelia Rosselli famously used “fuoriuscire” with a tone between imploration and injunction (“Cercatemi e fuoriuscite”), and perhaps “fuoriuscire” is close to outgrow, but it remains a little too high in tone, losing the linguistic plainness, even poverty of “outgrow”. In a translation of “Midsummer Tobago” that I found online, the translator Alessandro Panciroli opts for “oltrepassare” (= to go beyond), another interesting synthetic choice because it preserves both the morphological structure and the physical and spiritual sense of going beyond. However, “oltrepassare”, like “fuoriuscire”, implies a horizontal movement in space, not a multidirectional flourishing of the body and mind that transcends its previous limits, which have suddenly shrunk, becoming obsolete. Here, “travalicare” (to go beyond) is another possible choice, as is “eccedere” (to exceed) (perhaps my favourite, were it not for the normative-legal echo that stiffens it) – but, again, without that melancholy of encumbrance, of leaving something behind, which I feel is a fundamental element of “outgrow”.

    The verb “outgrow” suggests a metamorphosis both liberating and abandoning, like a butterfly that emerges from, transcends, exceeds or goes beyond its chrysalis. A chrysalis that was salvation in its shell, but which would have soon turned into suffocation, condemnation. It is not just a matter of translation, not in the narrow sense of the term. Perhaps for me it is an autobiographical issue. When I think of a beautiful word that describes some bittersweet elements of my life, “outgrow” is the first word that comes to mind.

    Initial translation from Italian by DeepL, followed by the author’s changes and revisions.