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  • 45# Pubblicazione del volume “Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca” (Mimesis, 2026)

    Segnalo con grande piacere che è da poco uscito il volume Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca (Mimesis), presentato domenica scorsa al Salone del Libro di Torino, e al quale ho avuto il piacere di contribuire insieme a Jan Baetens, Roberto Cescon, Azzurra D’Agostino, Tommaso Di Dio, Alessandro Ferrara, Giovanna Frene, Andrea Inglese, Franca Mancinelli, Massimo Natale, Italo Testa, Gianni Turchetta e Gianmario Villalta.

    In attesa di leggerlo per bene, posso già dire che un primo grande merito del volume, curato da Maria Borio e Laura Di Corcia, è l’aver posto la questione dell’autenticità (e del suo legame con la poesia) in modo frontale, non aggirabile: l’autenticità è in effetti spesso trattata male, sospettata, o liquidata con un’ironica alzata di spalle. Doverne/volerne scrivere riporta invece questo fenomeno/effetto/costrutto/condizione/pratica al centro del discorso.

    Il volume ristampa, con modifiche e qualche espansione strategica, un mio contributo uscito su Le parole e le cose circa un anno fa. Contributo forse scritto “con il cuore in mano” e senza difese analitiche o troppi paraventi teorici, perché questo tema mi sollecita più di altri: non lo studio ma cerco di viverlo e interrogarlo, nelle relazioni come nella scrittura. Spoiler alert: penso semplicemente che l’autenticità esista, e mi piace pensare che sia persino una condizione che si può sentire a livello fenomenologico.

    Segnalo, sempre su Le parole e le cose, anche il contributo teorico di Alberto Casadei, studioso che coniuga con originalità e rigore scienze cognitive e uno sguardo storico-estetico-filosofico ad ampio raggio.

  • 21# Autenticità e poesia contemporanea: alcune riflessioni

    [Un paio di settimane fa, Le parole e le cose ha ospitato una mia riflessione su autenticità, lingua e responsabilità individuale in tempi sempre più bui, da fine 1938. Ringrazio di cuore Maria Borio e Laura di Corcia per l’invito, e più in generale per la tenacia e costanza con la quale hanno tenuto acceso il dibattito su questo concetto – che solo concetto non può e non deve essere. Riporto qui sotto i primi paragrafi; il testo intero lo trovate al link di sopra, o anche in formato pdf nella pagina Critica Militante del mio sito. Buona lettura]

    Non sono solito dare troppo peso all’etimologia delle parole, sia perché non ho una preparazione da filologo classico o da storico della lingua, sia perché è l’uso corrente semmai a interessarmi. Eppure, nel caso di autenticità mi sento di fare un’eccezione. L’etimologia di questa parola rimanda al greco αὐϑέντης, composto di autos (me stesso) e hentes (colui che agisce): la definizione che se ne può estrapolare, “autentico è chi agisce secondo il suo vero sé”, ha la nettezza di una massima morale e consuona d’istinto con con riflessioni e sensazioni che vado attraversando da tempo. Questa definizione chiama in causa tre grandi sfere dell’esistenza: l’agire, cioè il comportarsi o la parte pubblica, sottoposta a scrutinio, del vivere; il vero, e con esso il presupposto che un vero esista e sia distinguibile da un non-vero; e il sé, ovvero qualcosa che ha a che fare con l’identità personale profonda, o meglio con la consapevolezza incrementale che un organismo ha di sé e della propria storia. Etica, verità e identità sono condensate in questa definizione come una novella trinità.

    È risaputo che ciascuna di queste sfere è stata messa radicalmente in crisi nel ventesimo secolo: scoperta dell’inconscio e dell’irrazionale, relativismi culturali, scuole del sospetto, ermeneutica verticale e costruttivismi vari hanno trasformato il mondo da un testo almeno parzialmente intelligibile a un groviglio di segni ingannevoli. Nel Manifesto del Nuovo Realismo Maurizio Ferraris ripercorre le tappe principali di quest’attitudine facendola culminare nell’ossessione postmoderna di virgolettare ogni idea per distanziarsene ironicamente e scacciare ogni sentore di dogmatismo – o di fede.

    Oggi dovremmo renderci conto di quanto nociva quell’eredità sia stata e continui a essere per il discorso pubblico, e quindi per lo stesso vivere civile: ancora con Ferraris, “il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività si è compiuto, ma non ha avuto gli esiti emancipativi profetizzati dai professori” (Manifesto, p. 5). Ne è un esempio l’irresponsabile acrobatismo verbale per cui una guerra d’invasione imperialista viene riverniciata con l’eufemismo “operazione speciale”, e un plausibile genocidio in mondovisione con l’eufemismo “guerra”. La proposta del secondo Wittgenstein che sia l’uso, e non la denotazione, a stabilire il significato delle parole viene così grottescamente avverata. Recidere il legame fra le parole e loro denotazione equivale a privarle delle loro condizioni di verità – intesa qui come validazione intersoggettiva fondata sui dati d’esperienza e il più possibile estranea a preconcetti ideologici. La caduta delle condizioni di verità accelera il crollo della coesione sociale e dello scambio democratico che queste condizioni presupponevano e fondavano.

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