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  • 46# Per Matteo Fantuzzi

    Sono rimasto sgomento nell’aver appreso, da profili di amici, che Matteo Fantuzzi non è più con noi. L’ultima volta che ci siamo scambiati alcuni messaggi è stato circa nove mesi fa: aveva voluto ringraziarmi in privato perché in un mio post (poi ripreso ed espanso qui) avevo segnalato come meritevole il suo lavoro di divulgazione e mediazione della poesia, esemplificando in lui la figura del critico-ponte. Mi aveva perfino confessato che quel mio post gli aveva dato forza in un periodo difficile, dove era sottoposto a cure complesse. Per pudore, rispetto o codardia non gli avevo chiesto altro – oltre alle frasi di circostanza che si dicono in quei contesti, specie quando ci si conosce poco e non ci si è frequentati di persona – e certamente non immaginavo (o non osavo immaginare) si trattasse di una malattia così grave. E poi, più nulla, non sono tornato a scrivergli, e adesso non me lo perdono: questa atomizzazione e dispersione in cui siamo immersi è proprio ciò che infine distrae e recide i legami, magari nel momento in cui l’altro è più vulnerabile. E’ proprio l’atomizzazione quell’atmosfera che Matteo stigmatizzava con forza: ne sono prova tanto il suo spendersi per moltiplicare le occasioni di incontro e di dialogo, tanto la sua poesia corale, intrisa di storia e di realtà.

    Matteo inoltre è stato uno dei pochissimi, l’anno prima, a chiedermi del volume critico che insieme a Michele Ortore avevamo pubblicato su Annino, e ad averne scritto generosamente – non senza piglio polemico, ma di una polemica derivata dall’amarezza – su UniversoPoesia – Strisciarossa. Mi permetto di riportarne un passaggio perché, scrivendo di Annino e del nostro volume, Matteo rivelava anche parte di sé stesso:

    “Questa attenta raccolta di articoli e riflessioni […] è da considerarsi un tentativo di riparazione a una certa emblematica tendenza dell’attuale poesia italiana, tendenza a ragionare per cerchie ristrettissime e soprattutto a escludere tutto quello che non si possa ritenere utile al mantenimento dello status quo.”

    Mi è difficile, rileggendo questo passaggio, non intuirci anche un qualcosa di autobiografico – le tendenze poetiche dell’ultimo decennio o giù di lì, e forse più ancora le schematizzazioni critiche, mettevano ai margini proprio poetiche come quelle di Matteo: né lirico-intimiste né di ricerca, ma appartenenti a quella vasta e misconosciuta area di cani sciolti che ho chiamato del realismo empatico, e in cui la poesia di Matteo si inserisce a pieno titolo.

    Proprio per capire il realismo empatico della poesia di Matteo, ieri su La poesia e lo spirito, su invito di Fabrizio Centofanti, ho pubblicato una lettura di una poesia singola. Riporto qui sotto l’inizio del mio contributo, leggibile per intero al link di cui sopra.

    Realismo empatico in Matteo Fantuzzi: lettura di una poesia da “La stazione di Bologna” (Feltrinelli, Zoom Poesia, 2017)

    Ne La stazione di Bologna, Matteo Fantuzzi ripercorre il tragico evento del due agosto 1980, le cicatrici che ha lasciato nella memoria dei sopravvissuti e si fa portavoce della rabbia e del desiderio di giustizia dopo che, ancora nel 2017, l’inchiesta sui mandanti era stata archiviata. Nella “Poesia della vecchina” (pp. 47-48) Fantuzzi dà direttamente voce a un’anziana che, il giorno della strage, s’offrì di versare il caffè ai soccorritori (vv. 1-8): 

    Io sono nella storia come un pezzo d’ambra
    lasciato nel cassetto delle gioie a invecchiare
    come le tazzine del servizio buono, spolverate
    per un ospite speciale che tarda sempre a presentarsi
    nei pomeriggi vuoti, nella canicola dei viali
    perché pure un caffè può dare del ristoro,
    un gesto in tutta quella roba, quaranta gradi
    tutto il giorno a togliere la gente a mani nude:

    La narrazione, in prima persona, è monologica e a focalizzazione interna: viene ricostruito l’immaginario dell’anziana accennando alla solitudine e all’immobilità delle sue giornate («pomeriggi vuoti», «canicola dei viali») e a referenti crepuscolari e dimessi («le tazzine del servizio buono») che riacquistano nuova vita non appena rifunzionalizzati, messi al servizio della comunità. L’enormità del caos, la difficoltà dei soccorsi avrebbero probabilmente generato metafore iperboliche qualora un narratore-demiurgo avesse prevalso sul personaggio. Fantuzzi, invece, si cala nella schiettezza popolare dell’anziana, che tale disordine esprime con un’espressione idiomatica in odor di understatement («tutta quella roba») che non è affatto vòlta a sminuire la vicenda, ma a sottolinearne l’impossibilità di una comprensione analitica: quasi come chi, in mancanza di parole adeguate, resti in silenzio o scuota la testa. Una maggiore coloritura narratoriale permea a ogni modo il primo verso, dove la rivendicazione del proprio ruolo («io sono nella storia») sembra caricato di una consapevolezza orgogliosa, quasi solenne, in opposizione all’understatement di cui sopra. È come se si realizzasse qui un conflitto latente, ma non impercettibile, fra istanze narratoriali da un lato – l’uso del personaggio come puntello argomentativo nell’economia del macrotesto – e istanze di pressoché totale immedesimazione nel personaggio dall’altro. […]

    Continua a leggere qui. Segnalo anche un interessante studio accademico di Eleonora Rimolo che esemplifica una linea di poesia civile e narrativa in Italia proprio a partire da Matteo Fantuzzi, insieme a Fabiano Alborghetti e Fabio Pusterla, letti in un’ottica comparata.