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  • 42# Maurizio Ferraris a Vilnius: resistenze del reale?

    La lectio di Ferraris. La foto è stata pubblicata sulla pagina Facebook della facoltà di filosofia. Non ho dati sul fotografo.

    L’università di Vilnius ha di recente conferito una laurea honoris causa a Maurizio Ferraris. Il giorno dopo la cerimonia, Ferraris è stato ospite di due incontri in rapida successione – il primo alla Facoltà di Filosofia, il secondo all’Istituto Italiano di Cultura.

    Ammetto di aver provato una sensazione di trepidazione nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti questi incontri: un filosofo noto a livello internazionale, e che conoscevo già in minima parte – avendo apprezzato il suo Manifesto del nuovo realismo (Laterza 2011) – si trovava a un centinaio di metri dal mio ufficio, dalla mia vita quotidiana.

    Quanto segue è dunque un resoconto di questi incontri, o meglio un amalgama a) di quanto già conoscevo del pensiero di Ferraris; b) di quanto sono riuscito a cogliere dalla sua lectio (nei limiti della mia formazione, che non è di stampo filosofico); c) di alcune impressioni più intuitive, aventi a che fare con la presenza e il comportamento del filosofo.

    Il primo incontro inizia alle 15:00 ma, immaginando il pienone, arrivo una ventina di minuti in anticipo. L’aula somiglia a un parlamento rettangolare in miniatura (vd. foto in alto), con file di sedie disposte su tre delle quattro pareti, e su altrettanti gradoni. Con mia sorpresa, i posti vuoti sono ancora parecchi. Al centro c’è un tavolo lungo e rettangolare come la pianta dell’aula stessa: è questo tavolo, non il leggìo dietro cui starà Ferraris, il mio punto focale. Nonostante le sedie vuote a disposizione, ho finito per scegliermi una postazione un po’ sacrificata. Complici il soffitto basso, la pianta da corridoio un po’ allargato, e tre colonnine in legno che spuntano dal tavolo e che mi bloccheranno a tratti la visuale, l’aula non dà affatto un’impressione di ampiezza. Ferraris arriva pochi minuti dopo le 15:00. A quel punto l’aula-parlamento è piena, tanto che gli organizzatori si affrettano a portare alcune sedie per quelli rimasti sull’uscio. In tutto saremo una cinquanta/sessantina: l’aula è più capiente di quanto sembrasse.

    Dopo essere stato introdotto da Rita Šerpytytė – sua collega all’università di Vilnius, nonché traduttrice delle sue opere – Ferraris mette le mani avanti: non ha preparato una vera e propria presentazione in PowerPoint, né si aspettava che venissero così tante persone. Qui suona un primo campanello d’allarme: non è forse un segno di mancato rispetto, il non aver preparato una presentazione per un’università che il giorno prima ti ha conferito una laurea honoris causa? Ma forse è solo affettazione di modestia, humour torinese che io non so cogliere: se sei un filosofo famoso, i tuoi ragionamenti potranno far leva sulla tua sola voce per avvolgere o provocare l’uditorio. Del resto, i PowerPoint non si usavano neppure quando frequentavo l’università io, vent’anni fa, e bisognava davvero ascoltare con attenzione. Che sia affettazione di modestia anche l’attendersi un pubblico ristretto? O una scarsa capacità di previsione?

    Nella sua lectio, Ferraris traccia gli elementi della nuova metafisica che sta sviluppando. Un compito immane ma d’altronde, scherza lui, a settant’anni non può certo permettersi di aspettare. Eccovi, dice, una giustificazione antropologica alla necessità di una metafisica. Dalla platea alcuni ridacchiano, e anch’io apprezzo questa sua levità, questo suo tratto quasi umoristico. Alla fine fa leva non solo sulla voce, ma su una lavagna a fogli mobili dove traccia, con un pennarello rosso, la T di tecnologia, la O di ontologia, la C di competenza… Sarà l’ampiezza del tema, sarà la mia impreparazione filosofica, sarà il suo inglese assai meno eloquente di quanto mi aspettassi, ma l’intervento mi risulta alquanto divagante, disordinato. Strano, penso: il Manifesto del nuovo realismo l’avevo trovato accessibile e avvincente, lodevole per la sua perspicuità espressiva e agguerrito nell’argomentazione – tra le affermazioni che mi ero sottolineato, con slancio perfino sentimentale, c’è questa: “a un certo punto c’è qualcosa che ci resiste”, p. 30: è il concetto di resistenza del reale, importantissimo in tempi di negazionismi e complottismi vari, e sul quale Ferraris infatti tornerà nella sua lectio e sul quale dunque tornerò anch’io a breve.

    Forse comunicare a voce e scrivere sono davvero due cose distinte; forse a pesare è stata la mancanza di preparazione nel senso didattico del termine, e cioè di un’attenta pianificazione dei tempi a disposizione e di considerazione delle caratteristiche dell’uditorio; posso affermarlo perché da docente, si parva licet, io stesso capisco bene quando improvviso il discorso pensando a voce alta, e quando invece riesco a darmi fondamenta più solide.

    Al netto di queste perplessità situazionali, il discorso di Ferraris mi ha arricchito. La sua tesi portante è che non è l’ontologia a fondare la tecnologia, ma l’inverso: se qualcosa, anziché il nulla, esiste, esiste in quanto documentato o in principio documentabile. È una possibilità tecnica a fondare l’esistente, filosofia compresa; persino l’esistente biologico è inscritto (“recorded”) in un codice: il codice genetico. Ferraris ripete con Henri Bergson che “il passato è rievocato dalla memoria e ripetuto dalla materia”; e io non posso fare a meno di pensare a una poesia amata di Marianne Moore, The Fish, specie quando dice che “All / external / mark of abuse are present on this / defiant edifice”: la storia del pesce è la storia dei suoi scontri, dei suoi sfregamenti. La storia è fatta di rapporti materiali e dei segni fisici che lasciano.

    Date queste premesse, Ferraris adotta una definizione estesa di tecnologia: tecnologia è l’esternalizzazione della mente (e del corpo?); di conseguenza, la tecnologia si estende alla scrittura e ad altre protesi, compreso il bastone dell’enigma della Sfinge: “Qual è l’essere che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e al tramonto su tre?”. La soluzione (l’essere umano), implica che il bastone, cioè la terza gamba del vecchio, sia consustanziale all’essere, non suo semplice accessorio. Molto gustosa, a tal proposito, la parentesi etimologica in cui Ferraris ci ricorda che “imbecille” deriva dal latino imbecillis, composto da in- e -baculus: senza bastone, appunto. Questa posizione ambisce a contrastare l’idea di ascendenza Rousseauiana che la tecnologia costituisca un reame separato dall’umano, e dunque già per questo minaccioso nei suoi confronti. La tecnologia sorge invece tra gli esseri umani, in continuità e contiguità con essi (qui viene in mente l’inizio epico di 2001: Odissea nello spazio, e la figura del monolite/schermo di qui ho scritto qui).

    “Tecnosofia” è il neologismo che Ferraris propone per battezzare il proprio approccio filosofico e sintetizzare la priorità ontologica della tecnologia sulla filosofia. Un corollario di questa metafisica post-ontologica è inoltre l’abbattimento del dualismo fra natura e cultura. In questa nuova metafisica dove i rapporti di potere fra tecnologia e ontologia si trovano rovesciati, l’immaginazione – in una bella definizione che mi sono appuntato – diventa “la capacità di preservare e riattivare una traccia”: un’immaginazione fondata nel realismo filosofico non può che possedere, mi sembra, una forte componente mimetica e archivistica. “Il mondo esiste alla terza persona dell’indicativo presente”: ecco un’altra stupenda massima che Ferraris lascia cadere a un certo punto nel suo discorso, e che mi riporta subito a Franco Fortini: “La melma si asciuga tra le radici. / Il mio verbo è al presente” (Il presente).

    Questa impostazione, continua Ferraris, conduce a un trascendentalismo allocentrico: la condizione della possibilità risiede al di fuori dell’io. Il mondo, dunque, è ciò che resiste o rimane e non, con Wittgenstein, ciò che accade. Qui avrei voluto chiedere a Ferraris se il valore etico della resistenza o residualità del reale non sia divenuto persino più cogente negli ultimi anni, con il progetto di distruzione del popolo palestinese (e di quello ucraino: che però almeno è nelle condizioni di difendersi): distruzione anzitutto fisica, ma in realtà estesa alle sue pratiche culturali e identitarie. Come scrive Arendt nelle Origini del totalitarismo, peggio ancora dell’uccisione è l’annientamento, cioè la rimozione degli individui dalla memoria e dagli archivi. L’annientamento non porta solo a smettere di essere: porta a non essere mai stati (“dentro una polvere d’archivi / nulla nessuno in nessun luogo mai”: Vittorio Sereni, Intervista a un suicida). Da qui l’importanza della memoria, già emersa nella citazione da Bergson, e più in generale dell’atto dell’iterazione; io ci ho visto un parallelo coi “replicatori” di Richard Dawkins, autore de Il gene egoista e al quale si deve anche il concetto di meme, quant’altri mai basato sulla riproducibilità e connaturato a internet.

    Non c’è stato molto tempo per il dibattito, purtroppo: Ferraris si è dilungato per oltre un’ora e mezza (questi miei appunti arrivano appena a metà del suo primo intervento); inoltre mi sembrava giusto che fossero gli studenti di filosofia ad avere priorità di parola negli appena venti minuti rimasti. Non sono in effetti mancate domande intelligenti, che hanno chirurgicamente rilevato imprecisioni nel discorso di Ferraris: per esempio, la sua asserzione un po’ affrettata secondo la quale la tecnologia contraddistinguerebbe gli umani, mentre gli animali (l’esempio che fa il filosofo è quello del castoro) non sarebbero in possesso di una vera tecnologia perché questa non evolverebbe. Uno degli studenti ha fatto però notare l’intelligenza strategica delle orche, che imparano a partire dalle proprie esperienze pregresse: ora sono in grado di attaccare e uccidere persino gli squali bianchi, cosa che non si sarebbero spinte a fare fino a non molti anni prima. Davanti a questa obiezione, Ferraris ha aggiustato il tiro, riconoscendo ai mammiferi (non a tutti gli animali) una proto-tecnologia, ma senza davvero ammettere di aver sbagliato. In effetti, è possibile che la nuova metafisica di Ferraris, per quanto allocentrica, rimanga in fondo antropocentrica.

    Il secondo incontro, iniziato alle 18:00, ha visto Ferraris dialogare col filosofo lituano Jonas Dagys all’Istituto Italiano di Cultura. Dati l’ambiente meno specialistico e l’ora tarda, i contenuti sono stati meno densi e dall’appeal più popolare. Dagys ha chiesto a Ferraris se si ritenesse un ottimista della tecnologia, al che Ferraris ha replicato di pensarsi più come un agnostico: il suo sembra ottimismo solo se giudicato sullo sfondo di una tradizione filosofica occidentale intrisa di pessimismo nei confronti della tecnologia (qui Ferraris torna a fare il nome di Heidegger). Ferraris ha riconosciuto che semmai il problema non è nella tecnologia di per sé, bensì nella sua accelerazione e pervasività, che non hanno forse precedenti nella storia: il digital divide che ancora vent’anni fa separava le società occidentali dalle comunità rurali più sperdute, oggi non sussiste più: il cellulare i-phone è diventato un bene di prima necessità per tutti. A detta di Ferraris, anche i mendicanti ce l’hanno (ma come fa a saperlo?).

    Quando poi Dagys chiede a Ferraris il suo parere sull’intelligenza artificiale, il filosofo italiano risponde che l’avvento dell’AI è un buon momento per interrogarsi sull’intelligenza umana. Elaborando il discorso iniziato sull’AI, Ferraris fa un’altra affermazione penetrante, e cioè che gli imprenditori nel settore tecnologico hanno tutto l’interesse a diffondere narrazioni basate sulla paura: la paura gonfia infatti il discorso (l’hype) sulle tecnologie che questi stessi imprenditori sviluppano, e quindi contribuisce ad aumentare investimenti e profitti.

    Rivedendo i miei appunti di questa maratona filosofica vilniense, e rielaborandoli in questa forma tra diario e reportage, mi accorgo di non aver imparato poco da questi incontri. Perché allora il mio entusiasmo sul momento latitava, tanto che alla fine non ho nemmeno avuto l’animo di presentarmi a Ferraris e di farmi autografare la mia copia del Manifesto del nuovo realismo? Forse a deludermi sono state certe sue uscite non prive di stereotipi: per esempio quando ha detto che “se vuoi farti aggiustare qualcosa, vai da un cinese” – è vero che spesso in Italia vai da negozi gestiti da cinesi per farti aggiustare un telefonino; ma la frase, pronunciata all’estero in un contesto ufficiale e con una leggerezza casual, evidenzia poca consapevolezza (o poco pudore) a livello di relativismo culturale. O, assai peggio, l’aver definito l’orribile bombardamento USA su una scuola in Iran semplicemente “stupido” (stupido???), e l’aver affermato che tale bombardamento abbia causato duemila vittime (quando in realtà sono state circa duecento): com’è possibile uno scivolone fattuale del genere da parte di chi ha teorizzato la documentalità e la resistenza del reale? E perché così poca empatia nei toni e nella scelta delle parole? E le battute, a volte, non rischiavano forse di tramutarsi da momenti di leggerezza ad astuzie retoriche per svincolarsi da critiche interessanti e legittime?

    Forse, in conclusione, il mio errore è stato quello di aspettarmi una maggiore aderenza fra pensiero filosofico (o poetico) e atteggiamento incarnato: ma la filosofia occidentale non è primariamente una pratica di vita, a differenza di quella orientale (me lo ricorda l’amica, poetessa e studiosa di filosofie orientali Silvia Patrizio). Con uno strano senso di stanchezza mi sono alzato, ho riposto la mia copia del Manifesto del nuovo realismo nello zaino, e accelerando, senza voltarmi, ho superato la comitiva sorridente che accompagnava Ferraris all’uscita.