Tag: Palestina

  • 49# Insegnare scrittura creativa a studenti palestinesi di Gaza: un’iniziativa di solidarietà

    Oggi su Kritica esce un articolo al quale tengo molto, perché ripercorro un corso online di scrittura creativa che ho tenuto per un gruppo di studenti palestinesi di Gaza tra fine novembre e fine gennaio. Si è trattato di uno sforzo comune partito dal basso, al di fuori (purtroppo) di ogni cornice compiutamente istituzionale, e che ha visto protagonisti gli stessi docenti e studenti palestinesi, oltre ai colleghi delle università inglesi di Newcastle e Northumbria che hanno tenuto alcune delle lezioni. Un tentativo solidale e sostenibile, ancorché minimo per portata, di opporsi allo scolasticidio ampiamente documentato a Gaza.

    Desidero ringraziare tutti i docenti (citati nel pezzo) che hanno collaborato con me e che mi hanno dato consigli preziosi per finalizzare e migliorare questo articolo; e Federica D’Alessio, che lo ha accolto su Kritica, una testata che v’invito a seguire e sostenere attivamente (anche economicamente), perché fa informazione indipendente e rigorosa.

    Riporto qui i primi tre paragrafi; per il testo intero, il link è questo.

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    Fra il 27 novembre 2025 e il 29 gennaio 2026, io e alcuni colleghi da varie università del Regno Unito abbiamo tenuto un corso di scrittura creativa a distanza per sedici studenti dell’Università Islamica di Gaza (IUG). Il contributo che segue offre un resoconto di questa esperienza e s’interroga su alcuni limiti strutturali e politici dei nostri atenei, sull’importanza di collaborare strettamente con docenti e studenti palestinesi, nonché sulle implicazioni politiche che emergono già in fase d’ideazione di un corso. L’auspicio è che esperienze analoghe possano moltiplicarsi per opporsi con forza allo scolasticidio in corso a Gaza, spiegato bene su Kritica in questo articolo di Raffaele Oriani. Le stesse infrastrutture della IUG sono state danneggiate o distrutte fino al 95% del totale, secondo stime riportate dal Guardian.

    Un inizio accidentale e i limiti istituzionali che rivela

    Luglio 2025: sono a Birmingham, alla cena conclusiva di una conferenza di linguistica e poetica. Orecchiando una conversazione tra colleghi m’imbatto nell’esistenza di un’iniziativa chiamata Hope and Healing in Gaza (Speranza e guarigione a Gaza). L’iniziativa, nata nell’Università di Nortumbria (qui la pagina dedicata), è culminata nell’offerta formativa dello stesso corso TESOL (Teaching English to Speakers of Other Languages – insegnamento dell’inglese a chi parla altre lingue) sia agli studenti locali di Newcastle che a quelli palestinesi dell’Università Islamica di Gaza (IUG). 

    Se non avessi partecipato a quella cena, o se mi fossi seduto a un altro tavolo, probabilmente non avrei mai saputo di Hope and Healing in Gaza e non avrei insegnato quel corso. A luglio 2025 il genocidio dei palestinesi era già in corso da quasi due anni, eppure nessuna iniziativa d’insegnamento solidale era stata diffusa tramite canali ufficiali. Sappiamo che le università sono corresponsabili di questa situazione, sia per inazione che per diretta complicità: quella di Vilnius (Lituania) dove lavoro, mantiene ancora saldi legami di vario tipo con le università israeliane, come ha di recente denunciato il collettivo studentesco Vilnius University Students for Palestine.

  • 26# Ragazzo di carta

    A luglio, su Nazione Indiana era uscito un mio poemetto inedito, Ragazzo di carta, scritto circa un anno prima. In questo centinaio di versi, i ricordi pigri di un videogioco elementare (Paperboy, il ragazzo che consegna i giornali) al mare in Liguria sul finire degli anni ’90 lasciano gradualmente il posto a un presente che s’incupisce nella polarizzazione in occidente e culmina in quell’altra parte di Mediterraneo, nel Medio Oriente, dove c’era e c’è ancora, sia pur subdolamente rallentato nella formula retorica ma scollata dalla realtà materiale di un cessate il fuoco, un genocidio in cui la pelle di ragazzi e bambini è stata letteralmente resa carta bruciata che reca in sé e su di sé sempre la stessa insostenibile notizia – notizia che non fa notizia, che spesso muore una seconda volta davanti alle nostre porte di casa, tra indifferenza, sospetto e impotenza. L’urgenza di non tacere e usare la forma artistica del verso per esplorare la nostra inazione, complicità, e provare a immaginare il dolore dei palestinesi, ha avuto in me la meglio sui pure forti timori estetici di produrre un testo retorico e magari pure ipocrita nel suo tentativo di proiezione empatica. Giudicherete voi.

    Se scrivo questo post e ritorno a questo poemetto a distanza di mesi, però, è perché un paio di settimane fa Demospaz (Istituto per i Diritti Umani, la Democrazia, la Cultura di Pace e Non Violenza, dell’Università Autonoma di Madrid (UAM)) mi ha invitato a contribuire ai loro podcast Poesia sobre Palestina e Lectura pública de poesía palestina de resistencia. Per il secondo podcast ho letto in italiano Se dovessi morire, poesia di Refaat Alareer divenuta famossissima – perché profetica – dopo la morte improvvisa del poeta e insegnante sotto i bombardamenti israeliani. La mia lettura verrà combinata a quella di altri autori per una resa polifonica, quindi al momento l’audio è ancora in lavorazione. Per il primo, ho invece registrato un audio proprio di Ragazzo di carta. Buon ascolto, in solidarietà con il popolo palestinese e con ogni altro popolo oppresso della terra.