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  • 12# Antiempirismo: Trump, Wittgeinstein e la percezione-realtà in pericolo

    12# Antiempirismo: Trump, Wittgeinstein e la percezione-realtà in pericolo

    Immagine generata dall’AI

    Ovvio che nemmeno la percezione pura e semplice, ovvero i sensi non amplificati dalla tecnologia, sia del tutto affidabile nel conoscere la realtà. Non lo è per quanto riguarda il mondo microscopico né quello macroscopico – altrimenti penseremmo la Terra ancora piatta; non lo è quando ci sono effetti d’illusione ottica, o di natura sinestetica come l’effetto McGurk, dove un labiale disallineato con ciò che udiamo ci porta a percepire un suono intermedio fra le due fonti – visiva e audio. Non lo è, o almeno non facilmente, quando si tratti di discernere i deepfake. Non lo è come base per le predizioni, come insegna Popper. E non lo è anche perché la percezione ha una forte componente top-down, cioè di predizione probabilistica, che impone schemi su quanto vediamo: può capitare, per esempio, di scambiare una macchia a stella o una foglia accartocciata per un insetto, nell’arco di decine di millisecondi che però bastano a farci trasalire.

    Tutte queste ragioni, però, non giustificano la deriva anti-empiricista sulla quale il costruttivismo e i vari postmodernismi ci hanno incanalato, e che è diventata un fenomeno di massa con i cospirazionismi, e il rifiuto di taluni a glissare su evidenze mastodontiche adducendo principi o richiamandosi a surstrati ideologici. Tale deriva non va derubricata a moda intellettuale: è nientemeno che un assalto al senso comune, e quindi alla coesione fra le persone e gli esseri, la possibilità stessa di pensarci esseri sociali e di agire di conseguenza. Se io e te vediamo la stessa sedia, possiamo dibattere se questa sedia sia comoda o meno, e quindi convergiamo su qualcosa di solido, impariamo gli uni dagli altri. Oggi lo statuto stesso di questa realtà è fragile, molti ci trascinano su questioni ontologiche: esiste o no la sedia? esiste o no la crisi climatica? siamo sicuri che non sia una montatura?

    Non è un problema recente: come scrive Maurizio Ferraris in ‘Manifesto del nuovo realismo’, ‘Dagli scettici antichi a Cartesio, sino alla Fenomenologia dello spirito di Hegel, la contestazione dell’esperienza sensibile si effettua in base a una confusione tra epistemologia e ontologia: i sensi possono ingannare, dunque si revoca qualunque autorevolezza anche ontologica all’esperienza sensibile’ (p. 51).

    A volte penso che il cospirazionismo sia il capolinea stravolto di un’ermeneutica che, col postmodernismo, ci avverte di non fidarsi delle apparenze, che la verità è più profonda o più laterale. Si ha paura delle superfici, insomma, come se affidandoci a queste fossimo noi stessi superficiali. Non si vuole capire che sono queste superfici, invece, a essere altamente informative, benché non esaustive. Che gli edifici non siano solitamente a forma di piramide rovesciata ci dice qualcosa sulla loro funzione, e quindi sul loro contenuto sociale.

    Cosa accomuna, nonostante differenze abissali di quoziente intellettivo e risvolti epistemologici, il giovane Wittgenstein quando afferma a un esterrefatto Russell che non possiamo essere certi che non ci sia un rinoceronte in aula, e Donald Trump quando afferma che gli immigrati haitiani si mangiano gli animali domestici?

    Wittgenstein e Trump si fidano di un senso più alto o profondo o persuasivo che il povero, bistrattato senso comune: la logica il primo – logica che prescinde dall’empiria – e la finzione il secondo – finzione che, di nuovo, prescinde dall’empiria, perché ne crea una alternativa, più avventurosa, essendo la realtà sensibile divenuta noiosa e deprimente da quando non si hanno più gli strumenti per guardarla e sentirla.

    Forse da qui viene il mio attaccamento ai poeti che scrivono “in analogico”, senza dimenticarsi del proprio sensorium: significativamente, il primo libro importante di Philip Larkin si intitola ‘The Less Deceived’, ‘Il meno ingannato’. Un poeta realista, dall’occhio fotografico, potrà sempre ingannarsi; ma gli inganni delle ricette ideologiche sono immensamente più grandi e pericolosi rispetto a una percezione opportunamente allenata.

  • 9# Contro il “profumo del caffè”

    Se una poetica deve essere fenomenologica, non bastano i referenti concreti o sensoriali; essi devono avere una specificità che faccia pensare alla singolarità del quotidiano, non alla sua schematizzazione. Il fantomatico ”profumo del caffè” sta alla neo-neo linea lombarda come i ”muti respiri dell’assoluto” stanno a Rilke. Entrambi i sintagmi, benché agli estremi del continuum tra mondano e trascendentale, tra low-mimetic e mythic insomma, sono egualmente esangui perché sganciati dalle rispettive esperienze che cercano di proiettare senza averle attraversate, e magari nemmeno lambite. Forse ”la tazzina sa dei chicchi che furono” funzionerebbe meglio.

    Ora, dopo aver letto la tesi di dottorato di Anezka Kuzmicova sulla imagery mentale, so dare a questo fenomeno una spiegazione che mi pare convincente: la studiosa – combinando fenomenologia e cognizione incarnata – asserisce che la percezione ‘dal vivo’ tende a essere molto più satura, esperienzialmente, rispetto all’immagine mentale che evochiamo quando ci danno un prompt decontestualizzato (per es. ‘pensa a una tazza di caffè’), il quale risulta appunto in una immagine schematica, o più precisamente immagine descrittiva di default (default description image) e non tridimensionale-interattiva, a meno che tale tazzina non venga inserita in un contesto senso-motorio e cinetico (per es ‘afferro la tazzina e una goccia mi ustiona’). Il profumo di caffè, etichetta generica, assomiglia a un prompt decontestualizzato.

    Ne consegue che ogni poeta che voglia aderire alla realtà fenomenica-esperenziale a tutto tondo, farebbe meglio a ritornare con intensità a quello che ha davvero esperito, alla Wordsworth, e trovarne l’equivalente linguistico-retorico (ricorrendo, per esempio, al focus descrittivo, noto come granularità nella linguistica cognitiva), piuttosto che ricorrere a locuzioni prefabbricate, perché appunto la percezione è più satura dell’immaginazione (nel senso di imaging, non di imagination) del fenomenico. Per parlare semplice: io posso scrivere quando voglio di ”una bottiglia rotta”, ma devo davvero aver visto (come mi è successo di recente) un tappo dorato un po’ piegato al centro per concepirne perfino l’esistenza, e desiderare di scriverne con una forza simile alla mia percezione esperienziale (e sua rielaborazione concettuale, fermo restando che separare percezione e concezione è artificiale, non lo si fa più da decenni nelle scienze cognitive – da cui l’idea dell’iperonimo ception). Mi risulta difficile combinare parole come in un tetris fino a ottenere un’immagine esperenzialmente sfaccettata, che preservi il più possibile l’impatto extra-linguistico della cosa. Questo mi sembra davvero un argomento dove la visione post-strutturalista del linguaggio come dimensione altra, irriducibile al dato reale, ci fa una magra figura.