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  • 50# Per Francesco Guccini (1940-2026)

    Dal mio diario personale, 18 ottobre 2001:

    “Sono le dieci, suppergiù, e io ti scrivo non molto concentrato perché canticchio L’Avvelenata

    E’ dunque da almeno da un venticinquennio che le canzoni di Guccini mi accompagnano, come un basso continuo. Non è che le ascolti ancora spesso – se non, di recente, per via della cupezza dei tempi, Nostra signora dell’ipocrisia – ma molte le ho talmente interiorizzate che non ne sento quasi il bisogno: come per le poesie di Montale e Sereni e le canzoni di De André, sono ormai indistinguibili dalla mia storia interiore e quindi dalla mia identità. Quanto si aggiunge dopo vi si deposita, vi entra in dialogo, ma non può cancellarla.

    Faber era preponderante ai tempi, lo adoravo; ma forse col Guccio ebbi un rapporto più schietto, meno idealizzato e reverenziale, tanto che – sempre fra il 2000 e il 2001 – arrivai a comporre cinque o sei parodie tutte di canzoni sue; un tributo che l’adolescente che ero riservò solo a Dante (La Divina Schifezza, due canti) e Leopardi (La passera solitaria). Rifeci dunque La locomotiva, Asia, Incontro, Don Chisciotte e forse qualcos’altro, immettendoci dentro contenuti scurrili e iperbolici, goliardici, senza afferrare il fatto che – tra me e me – facevo leva su idee di body shaming sessista, trasformando un’innocua signora in una famelica e travolgente Pantagruel (dopotutto, siamo anche l’aria che respiriamo intorno); ma per me la sfida – e l’antidoto alla noia, che ai quei tempi ancora sapeva esistere (viene di straforo in mente il titolo di una poesia di Fabio Pusterla: Terzine per un liceale annoiato) – era quella di imitare al meglio quei fitti intrecci di rime e metri che ritrovavo nelle canzoni del Guccio; si pensi solo ad Asia, che alterna doppi settenari a endecasillabi, inserendo inoltre rime interne nella punta di quel settenario contenuto negli endecasillabi a maiore. La cura artigianale del verso, dei suoni, l’ampiezza del vocabolario usato da Guccini, erano segni della dignità di un lavoro, quando il concetto di “artigianato” non era ancora snobbato e contrapposto alla grande arte (“io, figlio di una casalinga e di un impiegato”, dichiara con orgoglio che riscatta anche me, in Addio).

    “Ed io che ho sempre detto che era un gioco / sapere usare o no un certo metro”… (L’Avvelenata). La parodia è d’altronde segno d’influenza, anche se funziona meglio con testi molto marcati anche ritmicamente (si pensi alla Pioggia del pineto di D’Annunzio, e alle versioni di Luciano Folgore e Montale). Lo stesso Guccini d’altronde compose Opera buffa, con una riscrittura parodica e carnevalesca – e godibilissima – della Genesi.

    Ebbi la fortuna di vederlo in concerto due volte, mi pare intorno al 2009-2010. E ricordo le interminabili chiacchierate col pubblico, quella vena affabulatoria che è anche nelle canzoni. Quanto sono lunghi, infatti, i testi di Guccini. Ma è forse la loro lunghezza, la corposità quasi iconica della stazza del suo autore, del suo metro e novanta, che permette di entrarvi, di lasciarle sedimentare (un argomento che tiro fuori spesso sul perché, salvo eccezioni, prediligo testi medio-lunghi, anche per la poesia).

    Guccini ha saputo, tra le altre cose, eccellere sia nei ritratti storici o mitici (leggetevi il bel post di Daniele Lo Vetere su Odysseus) sia in quelli di amici, della quotidianità biografica e spesso nostalgica. E’ la dimostrazione che anche la propria storia, anche i fatti propri, possano farsi patrimonio comune, se scavati abbastanza e se costruiti con perizia; forse una fede di una generazione che ormai non c’è più (Larkin e Sereni vengono subito in mente) o quasi (Annie Ernaux, in modo diverso). Io credo che la lirica, malgrado le forze del cinismo e del nichilismo, sia per fortuna impossibile da sradicare da noi, essendo al tempo stesso canto e relazione (allocuzione verso qualcuno). Cosa c’è di più lirico di una canzone d’odio-amore rivolta verso la propria Piccola città? Come scrive Jonathan Culler, il proprio della lirica è quello di dare del tu a un’infinità di entità diverse: dalla morte, come nell’esordio di Jolanda Insana, al ponte di Brooklyn, come nell’ode vertiginosa di Hart Crane.

    Un’ultima considerazione, o quasi. I tributi di ieri, e quelli che arriveranno nei prossimi giorni, dimostrano e dimostreranno quanto Guccini sia stato amato da generazioni diverse, in maniera trasversale; lo scorso dicembre, ero a Udine per una conferenza sulla poesia degli anni ’70; durante la cena finale, ci ritrovavamo a cantare tutti insieme soprattutto De André e Guccini – giovani dottorandi, ricercatori più o meno a metà carriera e professori prossimi alla pensione. Ne uscii con una sensazione dolceamara: esiste(va) ancora qualcosa (qualcuno) che sa(peva) unire, in un mondo disgregato come questo dove “tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte” (sempre parole di Guccini, da La canzone della bambina portoghese; accurate in modo micidiale, ogni volta che apriamo un social e non solo); ma già appartiene a un passato, alla fine di un periodo (1945-2016?) in cui, in Europa, tutto sembrava migliorare di giorno in giorno (sono le parole di un’intervista, che ho ascoltato di recente, di Renzo Piano, e che Gli anni di Ernaux mi stanno restituendo). Sta finendo insomma quella generazione che ha un ricordo diretto o quasi della guerra e della povertà, e che ha visto il recente collasso di quel mondo come una preview alla quale l’anagrafe li ha sottratti o li sottrarrà presto.

    Negli ultimi mesi mi ritrovavo ogni tanto a pensare a Guccini, pensavo che in effetti aveva oltre ottant’anni e che sarebbe mancato presto, e con lui tutta una parte di noi e di quel mondo. Quando ieri è successo, è stato comunque leggermente irreale apprenderlo, “As one thinks of a day when one did something slightly unusual”, come ha scritto Auden in morte di Yeats. Solo che nel suo caso non si è trattato di poche migliaia di persone, come per il Nobel irlandese secondo Auden, ma di milioni.

    Va bene così, nessuna invidia per la canzone d’autore da parte della poesia, solo riconoscenza.

    E dunque ciao, Maestrone.