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  • 33# Venezuela e Minneapolis: su un articolo di Timothy Snyder

    Nel suo canale Substack, il celebre storico e attivista Timothy Snyder ha di recente pubblicato un pezzo che in inglese diremmo thought-provoking, cioè che dà da pensare (link al primo commento). In sostanza, Snyder collega l’esecuzione di Renee Nicole Good a Minneapolis da parte dell’ICE alla cattura di Maduro appena quattro giorni prima. Lo propongo, non per difenderlo a spada tratta – Snyder è comunque rimasto in silenzio di fronte al genocidio dei palestinesi a Gaza, e questo non posso perdonarglielo – ma perché mi pare plausibile, e senz’altro va oltre le schematizzazioni campiste che parlano o di sfacciato imperialismo (vero, ma parziale) o di giustizia fatta nella rimozione di un dittatore (falso: il regime è in piedi e comunque “two wrongs don’t make a right”, a crimine non si risponde con crimine).

    Di primo acchito i due eventi sembrerebbero scollegati, e invece… questo è quanto scrive Snyder (solo alcuni estratti, tradotti con DeepL):

    “Le migliaia di uccisioni extragiudiziali nel Venezuela di Maduro sono state compiute da squadroni della morte organizzati. Queste azioni sono state descritte come difensive. Il regime di Maduro ha affermato che le persone uccise stavano resistendo all’autorità governativa e che gli uomini che hanno premuto il grilletto erano stati provocati da coloro che hanno ucciso. Minneapolis ha appena assistito a un’uccisione extragiudiziale, per mano dell’ICE, che assomiglia sempre più a un’organizzazione paramilitare presidenziale. L’azione è stata, orribilmente, giustificata dal presidente, dal vicepresidente e dal direttore della sicurezza interna, usando le stesse bugie raccontate dal regime venezuelano di Maduro. La vittima stava resistendo all’autorità governativa, hanno detto. L’uomo che ha premuto il grilletto era stato provocato, hanno detto. Non era l’assassino ad essere un terrorista”

    E ancora:

    “I membri delle squadre della morte di Maduro non temono alcuna azione penale. In Venezuela, nulla è cambiato da quando Maduro è stato estratto. Tutto ciò che è successo è che questa pratica si è diffusa anche negli Stati Uniti. L’agente dell’ICE che ha sparato in faccia alla madre è stato portato via, per essere indagato dalla stessa istituzione federale, il Dipartimento di Giustizia, che detiene Maduro […] Maduro ha affermato che i complotti internazionali erano responsabili dell’opposizione interna. Ora è un sostegno per l’amministrazione Trump che dice la stessa cosa.”

    Insomma, se gli Stati Uniti hanno violato la sovranità di uno stato – non con un’invasione su larga scala, ma con un blitz comunque criminale – il Venezuela avrebbe di converso infiltrato le istituzioni americane. Il Venezuela – come la Russia – è il nuovo modello per gli Stati Uniti di Trump, che si apprestano a diventare il più grande stato Sudamericano. Gli Stati Uniti colonizzano le risorse, ma si lasciano colonizzare le istituzioni. Che Maduro sia quindi un nuovo consigliere dell’amministrazione di Trump? Un dittatore-coach per un aspirante dittatore?

    A proposito. Dal pezzo di Snyder apprendo – non lo sapevo – che tra il 2018 e il 2019, le Forze Armate Nazionali Bolivariane del Venezuela hanno ucciso oltre 6000 (seimila!) persone con metodi simili a quelli dell’ICE (o dell’IDF: quando si parla di conoscenze tecniche, non è certo il campismo a contare; ma l’IDF agisce su base etnica, le Armate Nazionali Bolivariane su base politica, quindi volendo ICE si avvicina di più alle seconde). Da un articolo sul sito Democracy Now, di nuovo tradotto dall’inglese:

    “Caracas ha dichiarato che circa 5.287 persone sono morte lo scorso anno per essersi rifiutate di essere arrestate dagli agenti e che lo stesso è accaduto ad altre 1.569 persone fino alla metà di maggio di quest’anno. Tuttavia, il rapporto delle Nazioni Unite suggerisce che molte di queste morti siano state in realtà esecuzioni extragiudiziali. Il rapporto riporta le testimonianze di 20 famiglie, secondo le quali uomini mascherati vestiti di nero appartenenti alle Forze di Azione Speciale (FAES) sono arrivati alle loro case a bordo di veicoli neri senza targa. Hanno poi fatto irruzione nelle loro abitazioni, aggredito le donne e le ragazze e rubato i loro beni”

    “Uomini mascherati”, “veicoli neri”. Vi ricorda qualcosa? A me tutto ciò non sorprende. La cultura è memetica, cioè agisce per replicazione di unità culturali. E queste includono i metodi della violenza e dell’uccisione. Qui allego anche il rapporto ONU originale dove trovare, a metà circa di p. 15, le cifre di cui sopra (non che il resto del rapporto, fra torture e repressioni varie, sia più leggero).

    Chi, e a sinistra sembrano essere in molti, ritiene Maduro un semplice autocrate, dovrebbe vergognarsi. 6000 morti in un anno e mezzo per mano delle forze di sicurezza (un giorno, non oggi, decostruirò questo sostantivo) sono quasi una Srebrenica diluita, ma non troppo, nel tempo. Quest’uomo dovrebbe essere portato a Le Hague, altro che al dipartimento di giustizia americano.

    Resta, in chiusura, una domanda. Perché alcune uccisioni (George Floyd, Hind Rajab, Renee Nicole Good…) diventano emblematiche, scuotono la coscienza, mentre migliaia di altre anonime no? Questo sarebbe un discorso lungo, ma conta senz’altro l’abbondanza di prove documentali, di video, di registrazioni, che consentono una ricchezza informativa, e quindi anche la costruzione di una narrativa, che in molti casi non è possibile perché viene scientemente oscurata (come nel caso dell’Iran in rivolta di questi giorni, dove internet è stato oscurato). A tal proposito, è beffardo che Renee Nicole Good abbia dovuto agire da “legal observer” (una testimone volontaria) proprio in un sobborgo così pieno di telecamere. Telecamere che, se la narrazione non fosse diventata più forte della realtà, avrebbero già inchiodato i vertici della Casa Bianca. Ma viene il dubbio che proprio la sorveglianza (le telecamere di proprietà dello Stato) sia al tempo stesso un mezzo pubblicitario, e la dovizia di immagini un mezzo consapevole per amplificare l’intimidazione mafiosa. Ma sull’ambiguità interpretativa dell’immagine e del video, tra mezzo intimidatorio di esposizione alla violenza (e quindi annichilente l’energia e l’agenza dei cittadini) e necessaria prova documentale per una giustizia che dovrà essere fatta, sarà opportuno parlare un’altra volta.

  • 15# Una questione complessa

    4–7 minuti

    “Eh, ma è una questione complessa…”. Quante volte abbiamo sentito o letto questa frase, specie in certi dibattiti su temi cosiddetti sensibili – che poi sarebbero tra quelli più centrali ed urgenti? La complessità evocata dal nostro interlocutore ogni qualvolta prendiamo posizione su temi appunto sensibili o divisivi è meno ancora di una strategia pseudo-argomentativa: è in realtà un invito indiretto a troncare o dirottare il dibattito. Un invito usato, per esempio, tanto da quelli che difendono Israele contro ogni evidenza e contro ogni morale quanto da quelli, solo in apparenza opposti, che considerano l’Ucraina il puppet state di una guerra per procura – da bravi cospirazionisti che confondono l’essere di sinistra con l’essere antiamericani.

    Per prendere sul serio il concetto di complessità, occorre anzitutto restaurare l’integrità semantica delle parole. Cosa vuol veramente dire “complesso”? “Complesso”, nel senso tecnico del termine, significa ciò “che risulta dall’unione di più parti o elementi […] che ha diversi aspetti sotto cui si può o si deve considerare e di cui bisogna tener conto” (Treccani). La complessità vera insomma è struttura al quadrato: costruire un edificio è complesso perché articolato in tantissime fasi di progetto, dalle misurazioni sonore e geologiche alla scelta dei materiali, per non parlare dell’aspetto burocratico e legale, degli innumerevoli permessi da richiedere e delle norme da rispettare; è certamente complesso un motore a turbina; è complesso un testo letterario perché oggetto multidimensionale con aspetti ritmici, semantici, ideologici; è ipercomplesso un organismo vivente, altrimenti non si spiegherebbe l’esigenza di miriadi di specializzazioni mediche, ciascuna delle quali richiede anni e anni di studio e pratica.

    In casi come questi, tuttavia, la premessa è che la complessità sia leggibile come un agglomerato di parti discrete e in relazione (spesso gerarchica o causale) fra loro. Un testo, per esempio, può avere tanto coesione semantica quanto frasi solo coordinate (e non subordinate), e però fra queste due proprietà solo la prima è discriminante per assegnare a una stringa di parole la qualifica di testo (almeno secondo Robert De Beaugrande e Wolfgang Dressler, Introduction to Text Linguistics, 1981). Essendomi occupato di difficoltà, oscurità e complessità, questi sono argomenti che ho studiato a fondo. O per fare un esempio alla portata pressoché di tutti: sia il motore che lo specchietto retrovisore sono parti di un insieme complesso, l’automobile. Vanno per questo trattati allo stesso modo? meritano cioè la stessa incidenza sul nostro concetto di automobile? No, per niente.

    Quando però si usa il termine “complessità” per trasferirlo su un piano storico-geopolitico-sociale, il vero significato sottinteso diventa “intricato” e quindi “fumoso” o “fangoso”: non più una complessa formazione cristallina ma una mappazza, insomma. O uno schermo che finisce per rendere nere tutte le vacche. Dietro questo schermo fittizio scompaiono verità materiali ed elementari quali quelle di aggressore e aggredito, nonché l’esistenza regolatrice di coordinate terze (per esempio il diritto internazionale) e i rapporti di bruta forza in campo. Questo perché ci si rifiuta di stabilire priorità fra gli aspetti di una questione, di vedere alcuni come più basici o fondativi degli altri. Siamo quindi alla trasformazione, anzi allo svuotamento, del concetto stesso di complessità: che diventa, nelle varie teorie della cospirazione, una mera espansione rizomatica di aspetti e cavilli (il postmoderno è contro di noi e continua a combatterci con successo) tra loro tutti ugualmente degni di considerazione. L’errore di voler estendere un principio social-politico come l’antigerarchismo alla struttura del reale è enorme e ha conseguenze nefaste per la conduzione del dibattito e quindi per le fondamenta stesse del vivere civile.

    Perché allora usano “complessità” e non “intrico” o “mappazza”? Beh, il richiamarsi alla complessità permette di sviare con eleganza assumendo una severa, dignitosa postura “intellettuale”. Affermare che qualcosa è scandalosamente semplice, quantomeno nelle sue linee essenziali, oggi fa passare per ingenui o per fanatici propagandisti. Ma la propaganda oggi funziona non solo proponendo manicheismi semplici (per es. buono vs cattivo, civiltà vs barbarie) ma anche moltiplicando i cavilli ad hoc e infischiandosene del principio di non contraddizione: esistono decine di presunte motivazioni per l’invasione russa, e proprio perché sono tante, si finisce per accettarle tutte o accettare quella che fa al caso proprio. Una bassa tecnica di vendita, insomma, alla Berlusconi – come notava Umberto Eco in un articolo intitolato ‘Tecniche del venditore di successo’ e pubblicato su “La Repubblica” nell’ormai lontano 2003:

    Il venditore non si preoccupa che voi sentiate l’insieme del suo discorso come coerente, gli interessa che, tra quanto dice, di colpo vi possa interessare un tema, sa che reagirete alla sollecitazione che vi può toccare e che, una volta che vi sarete fissati su  quella, avrete dimenticato le altre. Quindi il venditore usa tutti gli argomenti, a catena e a mitraglia, incurante delle contraddizioni in cui può incorrere.

    Spesso, quindi, la tanto decantata complessità altro non è che un moltiplicarsi informe di pretesti, argomenti, un’espansione egemonizzante. La variante populista di questa presunta “complessità” è un fenomeno noto come “both sideism“, che esattamente allo stesso modo finisce sempre per assolvere il forte equiparando vittima e carnefice, aggredito e aggressore. Così lo descrive lo storico Timothy Snyder in un bell’articolo su Substack (mi limito a riportarne un passaggio):

    Both-Sidesism is another dualism. When confronting a phenomenon, for example an election or a party convention, the acolytes of Both Sides perform two steps. They reduce events to two personalities, then treat them as equal aspects of the two-headed divinity known as Both Sides. Again: that there only two sides, and that the two aspects are the same, are unspoken articles of faith. Once this initial ritual has been performed, the task of the priesthood is to sense disturbances that disrupt the apparent equality of the two aspects of Both Sides. The mythic utterances of the priests of Both Sides – bad journalism — resolve the cultic tension that appears when a difference between the two aspects emerges.

    Che il paravento sia un’intrattabile “complessità” o l’apparenza ecumenica e sobria del “ci sono sempre due parti in gioco/due campane/due lati della medaglia”, il risultato è lo stesso: indebolire o sopprimere il dibattito con una formula fideistica che letteralmente impedisce di guardare alla struttura (multidimensionale e questa sì, complessa nel vero senso del termine) della realtà che ci tocca – o che ci dovrebbe toccare.