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  • 43# Albero come figura di dolore: sette occorrenze letterarie

    Leggendo, attivando memoria intertestuale (di un fenomeno però interdiscorsivo), mi sono accorto di quanto spesso la figura dell’albero permetta a chi scrive di articolare riflessioni sul dolore. Elenco qui sotto sette occorrenze di quello che sembra un vero topos: ALBERO=DOLORE. Sono certo che esistono centinaia (migliaia?) di altre occorrenze nella letteratura mondiale, e se ne conoscete altre, segnalatemele: ve ne sarò grato. Nelle occorrenze di sotto, mi sono limitato ai nessi in cui sia la figura dell’albero sia quella del dolore o del male sono lessicalizzate, almeno indirettamente (per es., “gridò” e “sangue” in Dante, o “tagliare” e “muore” in Trevisan) e più spesso direttamente (tramite la parola stessa o un suo meronimo, per. es. “ramo” o “tronco” o “foglie” al posto di “albero”). Pertanto, non ho riportato altri esempi celebri (per es. Soldati di Ungaretti, dove la caducità dei soldati è accostata a quella delle foglie d’autunno). In tutti questi sette casi, la lessicalizzazione del binomio ALBERO-DOLORE avviene nel giro di pochi versi o in frasi adiacenti, suggerendo che un’immagine attiva l’altra quasi immediatamente in chi scrive. Di solito è l’albero che conduce al dolore, non viceversa, ma in Morrison è il dolore a dar vita all’immagine dell’albero (senz’altro perché la schiena nodosa di Sethe, che aveva sofferto la schiavitù, portava i segni di frustrate e violenze). Ma a ben pensarci, anche in Morrison l’albero è citato prima, come metafora sostitutiva della schiena (“his cheek was pressing into the branches of her chockcherry tree”). Un altro esempio che avrei potuto riportare, da Sereni, sono “le piante turbate” da Ancora sulla strada di Zenna, ma lì il dolore sfuma in una dimensione più psicologica che fisica. E’ anche possibile che il verde prototipico dell’albero sia collegato al verde come sintomo di malattia: esiste persino un modo di dire in inglese, green around the gills, per riferirsi a qualcuno che ha la nausea o vomita, e quindi appare verde (e verde è l’emoji corrispondente sui nostri smartphone). D’altro canto, la sofferenza degli alberi è l’altra faccia della loro resistenza/persistenza: essendo esposti, resilienti, inevitabilmente sono esposti anche al male, al dolore, alla pena. E poi c’è il verissimo male della deforestazione, e quindi l’azione umana – qui esemplificata, in un contesto di grettezza provinciale, dal passo di Vitaliano Trevisan.


    Allor porsi la mano un poco avante
    e colsi un ramicel da un gran pruno;
    e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.

    Da che fatto fu poi di sangue bruno,
    ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
    non hai tu spirto di pietade alcuno?

    (Dante, Inf. XIII, 1306-7)


    Gli alberi sembrano identici
    che vedo dalla finestra.
    Ma non è vero. Uno grandissimo
    si spezzò ora e non ricordiamo
    più che grande parete era.
    Altri hanno un male.
    La terra non respira abbastanza.

    (Franco Fortini, Gli alberi, 1970-72?)


    The trees are coming into leaf
    Like something almost being said;
    The recent buds relax and spread,
    Their greenness is a kind of grief.

    (Philip Larkin, The Trees, 1974)

    Gli alberi stanno germogliando,
    quasi sul punto di farsi parole.
    Si allentano le gemme, si spandono,
    il loro verde è come un dolore.

    (Philip Larkin, Gli alberi, trad. mia)


    Se ti importa che ancora sia estate
    eccoti in riva al fiume l’albero squamarsi
    delle foglie più deboli

    (Vittorio Sereni, La malattia dell’olmo, 1975-1976)


    Behind her, bending down, his body an arc of kindness, he held her breasts in the palms of his hands. He rubbed his cheek on her back and learned that way her sorrow, the roots of it; its wide trunk and intricate branches (Toni Morrison, Beloved, 1987)

    Dietro di lei, piegandosi, il corpo di lui un arco di gentilezza, le trattenne i seni nel cavo delle mani. Si strofinò la guancia sulla schiena di lei, e ne imparò così il dolore, radici comprese, e l’ampio tronco e i rami intricati (Toni Morrison, Amatissima, trad. mia [non posseggo l’edizione italiana])


    Un giorno il padrone della casa in fondo a sinistra decide di costruire un garage, perché ha comprato una macchina nuova e non vuole lasciarla in strada tutta la notte. Deve però tagliare la magnolia per ché non vuole rigare l’auto mentre passa vicino all’albero. Gli dispiace, dice, ma l’auto è nuova!
    Un sabato pomeriggio l’uomo taglia la magnolia e ne fa tanti pezzi
    da bruciare.
    La magnolia dell’ultima casa a destra muore senza una ragione alcuni mesi dopo.
    Noi sappiamo perché è morta. La maestra non è d’accordo con noi,
    ma non ce ne importa niente.

    (Vitaliano Trevisan, La voce degli alberi, da Shorts, 2004)


    Per teoria del corpo
    innalza il viso a quel
    tronco docente di
    dolore, lo mastica (ci sa
    fare perdio) con gote di
    grazia orrenda o legna
    di camino un focaio

    (Cristina Annino, Concentrazione guardando Hopper, 2012)

  • 36# A new study employing my difficulty model

    I have fond memories of the Journal of Literary Semantics (JLS), for it was there that a series of articles by Iris Yaron on poetic difficulty appeared in 2002, 2003 and 2008, inspiring me to write a doctoral thesis on this very topic from 2011 to 2015. In 2013, JLS published my first article on this topic (I would then published two other works: an empirical study on Language and Literature in 2017, and a Palgrave monograph in 2019: see RESEARCH/RICERCA – DAVIDE CASTIGLIONE).

    Now this academic relay race has resumed or – if you prefer another metaphor – its underground stream has just resurfaced: last week, a new article (see also here on Semantic Scholar to access the abstract and list of references) by Peter Harvey has been published that builds on my difficulty checklist, adapting it and expanding it to account for challenging fictional prose (exemplified by Virginia Woolf and Toni Morrison). Unsurprisingly, the most significant additions to my model concern the various techniques of speech and thought presentation (e.g., free indirect style, embedded viewpoints) that feature much more prominently in prose fiction than in poetry.

    It’s hard to convey the extent of the fulfillment I felt in seeing my academic work treated as the main framework and theoretical basis for the first time, and even more so considering that almost a decade has elapsed since my 2017 article (on which this 2026 article largely builds) appeared. Academic vanity aside, this means that if a work is rigorous and innovative enough, if you really put your heart into it (and not just your brain!), then its life is not necessarily constrained by its immediate (in)visibility. Quite the opposite: as many late bloomers, it acquires new intellectual life once the passing of time has allowed its contribution to be fully appreciated by others (and I say this despite there are things I’d now criticise of my past work – especially its attempt at being so fine-grained that the forest is often missed for the trees).