38# “Cosa sono gli anni?” (Marianne Moore)

Oggi è la giornata mondiale della poesia. Cerco di onorarla traducendo (o meglio, ritoccando una mia recente traduzione di) una delle poesie che mi sono più care, infallibili nella loro economia etica e nel messaggio radicalmente umano che veicolano, pronunciato con un’inquietudine sorretta da insistenti e laceranti antitesi. Ho cercato, il più possibile, di preservare tanto l’andamento serpentino di Moore, quanto la sua luminosità figurale e la nettezza etica. Ogni consiglio sulla mia traduzione è ovviamente bene accetto. Buona lettura.

What are years?

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt, —
dumbly calling, deafly listening—that
in misfortune, even death,
encourage others
and in its defeat, stirs
the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.
So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.

Cosa sono gli anni?

La nostra innocenza qual è,
quale la nostra colpa?
Ognuno è carne esposta,
nessuno è al sicuro. È da qui, dunque,
che sorge il coraggio: dalla domanda
che non ha avuto risposta,
dal dubbio risoluto –
sordi nell’ascolto, chiamando muti –
che nella sventura e addirittura
nella morte
gli altri incoraggia
e nella sconfitta sussurra
all’anima di essere forte?
Più a fondo vede, e grato,
chi s’accosta alla mortalità
e dal suo carcere si solleva
su di sé come fa
dal baratro il mare
in lotta per essere
libero senza poterlo essere,
e scopre nella resa
il suo perseverare. Pertanto
agisce bene, chi con forza sente.
L’uccello stesso, che cresce
e cresce nel suo canto
si raddrizza quale barra di metallo.
Benché prigioniero,
dice il suo canto possente
che poca cosa è il soddisfarsi,
che pura cosa è la gioia.
È questa la mortalità,
è questa l’eternità.


Scopri di più da DAVIDE CASTIGLIONE

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Commenti

Lascia un commento