Categoria: News/segnalazioni

  • 29# Crepuscolarismo critico in “La colpa al capitalismo” (2022) di Francesco Targhetta. Un saggio breve.

    Sul numero 132 della rivista Il Segnale (ottobre 2025, pp. 87-92) è apparsa una mia lettura critica del libro di poesie La colpa al capitalismo (La nave di Teseo, 2022) di Francesco Targhetta. Qui esamino i suoi “aneddoti narrati in terza persona” su personaggi marginali, emarginati dalle logiche competitive e per questo emblematici del mondo tardo capitalista. Commento anche la sua vena narrativa, talvolta più fluviale e talaltra più epigrammatico-ironica, e sottolineo i motivi d’interesse e anche d’importanza di questo libro; ma non taccio della qualità disuguale dei testi e della loro ipertrofia numerica, che porta a un senso (voluto?) di ridondanza e saturazione.

    Riporto qui sotto il testo integrale, ringraziando la redazione della rivista Il Segnale (e in particolare Mario Buonofiglio) per la gentile concessione. Buona lettura.

    Crepuscolarismo critico in La colpa al capitalismo, di Francesco Targhetta

    Nel suo fortunato libro-manifesto Realismo capitalista, Mark Fisher introduce il concetto di impotenza riflessiva per caratterizzare il clima imposto dal tardo capitalismo: simile solo in apparenza all’apatia e al cinismo, l’impotenza riflessiva è in realtà la radicata e oppressiva sensazione che non esista alternativa attuabile –  né addirittura immaginabile – a uno stato di cose le cui macro-storture sono sotto gli occhi di tutti: competitività come ragione di vita o mezzo di sopravvivenza, sfruttamento sistematico, disuguaglianze economiche sempre più acute, religione del profitto, diffusione endemica di ansia, depressione e altri disturbi mentali. Con La colpa al capitalismo (La Nave di Teseo, 2022) Francesco Targhetta esplora in versi lo stesso scacco saggisticamente articolato da Fisher.

    La colpa al capitalismo seziona questo mal di vivere sociale attraverso case studies illustrati da personaggi-cavie variamente inetti a una vita che, quasi loro malgrado, si trovano a gestire: da Lexotan Livia – affetta d’ansia al punto che il farmaco assurge a nuovo cognome, a marca indelebile d’identità – a Inidoneo Jacopo, al quale “Basta l’apertura di una cassa in più / mentre aspetta in coda / e tarda a spostarsi / per farlo sentire sconfitto per ore” (p. 19); da Vito che “si esercita nel plagio / di un uomo che si trova / a proprio agio nel mondo” (p. 24) ad Alessia “che viveva già a scuola schiacciata / dall’insolente bellezza di tutti” (Individualismo occidentale subìto, p. 99). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, e La colpa al capitalismo in effetti ne tracima: al punto che a una lettura progressiva del libro questi personaggi risultano spesso poco cospicui, difficilmente distinguibili fra loro se non per la sfumatura del male subìto, e per le minime strategie difensive che mettono in atto per tirare avanti.

    La strategia che ricorre più di frequente, sia pur declinata in varie tecniche, è quella dell’auto-reclusione. La quarta di copertina riprende a tal proposito l’efficace quartina epigrammatica di Hikikomori’s haiku: “Si è chiamato fuori / chiudendosi dentro: / il suo atto di fede / un appartamento” (p. 17). Come l’hikikomori, Livia “si rifugia allora nel sogno di sottrarsi” (p. 18); Gregorio “sguscia e mette distanza” (p. 79); in una deriva più inquietante, Denis cura la sua solitudine frequentando Casa Pound (p. 89), mentre il Tiziano di un lungo poemetto ripiega “su un’arcadia domestica” per “non dover così farsi carico / del bene collettivo” (p. 71). Si tratta in fondo dello stesso sentimento di nausea e saturazione per le aspettative sociali che informava Philip Larkin quando, durante il boom economico del secondo dopoguerra, scriveva in Wants del desiderio irresistibile di stare da soli, di un’anelata morte sociale. La differenza è che, circa settant’anni dopo, tale desiderio si è allargato a una massa di individui (i perdenti, gli sconfitti del capitalismo), e smette pertanto di essere esclusiva di intellettuali pessimisti e misantropi.

    In questi aneddoti narrati in terza persona non mancano strategie dotate di maggiore agentività, dai contorni paradossali, tra catarsi e autosabotaggio: come i cittadini collaborativi dell’eponima poesia, che sperano in un alcol test “solo per la voglia di dimostrarsi / puliti, a posto, del tutto incolpevoli” (p. 57); o la mania di Roberto “di mettere gli orologi in avanti […] per far salire un po’ di angoscia / sempre” (Roberto medical center, p. 23). Comportamenti anomali e disfunzionali che tradiscono la pressione del doversi assimilare a un sistema esso stesso disfunzionale, al quale tuttavia si è incapaci o indisposti di assimilarsi del tutto – pena la perdita del proprio nucleo umano. Queste resistenze minime o strategie di sopravvivenza non arrivano comunque a farsi davvero politiche, restando confinate nel mondo individuale di ogni vittima, atomizzata nella routine di una Western Way of Life sempre meno sostenibile.

    Targhetta rappresenta così il lato oscuro (l’edonismo consumista essendo quello in luce) della spoliticizzazione diffusa a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo, e di cui ragionano, tra gli altri, lo stesso Fisher e Guido Mazzoni nel recente saggio Senza riparo (Laterza, 2025). Come sostiene lo stesso Mazzoni, oggi quell’epoca appare in fase terminale: allertata dalla Brexit, incrinata dalla pandemia, scossa dall’invasione russa dell’Ucraina, e infine sepolta sotto le macerie di Gaza. Rappresentare una realtà dalla quale il conflitto sembra(va) evaporato (La rimozione del conflitto è anche il significativo titolo dell’ultimo lavoro di Andrea De Alberti) resta comunque un’operazione eminentemente politica: Targhetta la persegue con onestà proprio perché non rivendica per sé alcun mandato sociale, limitandosi a far cronaca delle conseguenze del capitalismo sulle vite individuali. Qui potrebbe risultare istruttivo un confronto con Tu devi prendere il potere (Interlinea, 2023), di Pietro Cardelli, col suo impianto anti-ironico, fortiniano, che si interroga di continuo sulle proprie responsabilità etico-politiche (“Avevamo bisogno di un consiglio, di un ordine / di un destino, non di frammentarci qui dentro / come animali metallici”, p. 26). Perfino il titolo del libro di Targhetta è fuorviante: in prima battuta didascalico, è in realtà prelevato dalla poesia incipitaria ed eponima dove è sussurrato (o pensato) da un personaggio femminile lasciato generico: “Data la colpa al capitalismo / sogna da sola una fuga in Transinistria” (p. 13). Dare la colpa al capitalismo, dunque, può ridursi a un’ulteriore strategia di fuga, di pigra autoassoluzione: il Capitale, “parassita astratto, vampiro insaziabile e generatore di zombie” (Fischer; trad. dall’inglese mia) è troppo incorporeo per essere un nemico identificabile, e può dunque tramutarsi nel ricettacolo di ogni frustrazione.

    Al netto di una qualità disuguale dei componimenti, dovuta certo anche alla loro ipertrofia numerica – aspetto sul quale tornerò in chiusa a questo contributo – La colpa al capitalismo resta un libro importante e nel complesso riuscito, lontano dagli ingessati esercizi oracolari che affollano il mercato editoriale italiano. Il primo punto di forza risiede nella solidità di base della poetica, che incanala l’ispirazione entro un’attitudine dominante (mesta, ironica, paradossale, narrativa, epigrammatica) che investe di coesione e riconoscibilità il mondo narrato, e specie i danni meno visibili – e talora quelli pubblicamente esposti, come nel notevole poemetto Elegia per Marghera – perpetrati dal capitalismo (nonché i precari rimedi coi quali si cerca di farvi fronte). Mi verrebbe di chiamare questa poetica del “Crepuscolarismo critico” perché, mentre recupera gli stilemi del Crepuscolarismo storico (Targhetta, ricordiamolo, si è dottorato su Corrado Govoni) e quelli del neocrepuscolarismo di Giovanni Giudici (la vita come recita sociale), al tempo stesso comprende che il crepuscolarismo in senso esteso non è antiquariato poetico, ma la condizione stessa della vita (occidentale) che sta tramontando.

    Se nel Crepuscolarismo storico l’io dimesso, l’attenzione alle piccole cose, e la passività di chi osserva la vita scorrere fungevano da risposta critica al vitalismo e all’estetismo dannunziani, al giorno d’oggi sono dati di partenza, limitazioni di fatto per chi, appartenente al nuovo ceto del precariato intellettuale, scrive e vive in un clima di impotenza riflessiva. Non può facilmente darsi energia antagonista e senso di agentività se “Il lavoro distrae, ma il lavoro / non c’è, e resta allora la fame”, come recita uno dei più memorabili incipit del libro (Belle statuine, p. 96; il tema dell’immobilità, per inciso, capeggiava già in due versi iconici del precedente romanzo in versi, “non si muove nessuno, qua, / perciò veniamo bene nelle fotografie”). Quando il lavoro c’è, vi si sacrifica il tempo della vita (La prof che rimane più del tempo, p. 95), in un rovesciamento del topos del carpe diem: se lì la vita fuggiva, ed era pertanto imperativo morale il viverla appieno, qui la vita fugge e basta; evapora, anzi, con il nostro complice sostegno. Nella stessa chiave va letta la richiesta al mondo di desistere (“mondo, sii buono / desisti”, Tiziano tra le bandiere, p. 76) che cita e rovescia un celebre passo del conterraneo Zanzotto (“Mondo, sii, e buono / esisti buonamente”; Al mondo).

    Il secondo punto di forza del libro è l’inventio: Targhetta addensa una quantità caleidoscopica di personaggi, situazioni, aneddoti, di cui è impossibile qui offrire un inventario rappresentativo. Valga comunque, a titolo esemplificativo, il poemetto La morte seconda (pp. 37-42), che in quasi duecento versi racconta una riunione assembleare all’asilo, presenti maestre e genitori. La proposta didattica sul tavolo è quella di rappresentare graficamente, disegnando e colorando, Il cantico dei cantici. Il dibattito intorno al disegno diventa allegoria e dichiarazione implicita di poetica:

    Meglio il cielo della terra
    ci diciamo,
    che anche a dipingerlo
    dà meno problemi.

    Quella di Targhetta è poesia “di terra”, basso-mimetica, vocata a narrare l’hinterland industriale del Veneto e le vite che lì si trascinano; i versi sopra citati additano con sarcasmo la preferenza generale per l’aulico, per lo spirituale anestetizzato, per quanto insomma appare ripulito dalle macchie e dalle irregolarità del reale empirico. La morte seconda spicca inoltre in quanto è il solo testo esplicitamente autobiografico del libro, come segnala il tu autoriferito.

    Nei poemetti lunghi come questo – ce ne sono cinque in tutto, intervallati da sezioni di poesie brevi, quasi mai oltre la pagina singola –  si dispiegano le capacità affabulatorie di Targhetta, che riprendono da vicino lo stile del romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie: periodare ampio dalla sintassi accumulativa e costellata di coordinate, circostanziali, parentetiche e stralci di discorso diretto, a originare una musica centrata su ritmemi sintagmatici; inarcature frequentissime a propellere la lettura in avanti; rime e assonanze disseminate qua e là (tratto assai diffuso anche nei testi brevi, ma con effetti un po’ diversi); dovizia di dettagli sensoriali (“gli effluvi sporchi / del linoleum nei corridoi”), toponimi (“Quinto”) e nomi di brand (“le gomme Stadtler”) quali marche di realismo, a dare anche un colore storico e perché no, nostalgico, alle scene; gusto per le descrizioni in campo lungo, spesso in incipit (“Quelle sere in cui le macchine arrivano / a sciami, in file di parcheggi lungo / vie di paese, e non c’è luna che illumini / le bifamiliari ma lampioni in giardino / che scolpiscono l’aria”). È in questi poemetti, inoltre, che ha modo di dispiegarsi l’empatia del narratore verso i propri personaggi e i loro maldestri tentativi; nei testi brevi, sembrano invece prevalere l’esemplificazione di un problema e la sua diagnosi epigrammatica.

    La vena epigrammatica, sentenziosa, a valenza epistemica, è in effetti pervasiva e ben affilata in Targhetta, e si esplica spesso nella convergenza di similitudine e contrasto concettuale, al limite del paradosso, e con sottolineatura sonora di rima o assonanza:

    è troppo spessa la sua trasparenza
    perché si possa vederci dentro:
    come un cuore murato
    nel vetrocemento. (Vetrocemento, p. 15)

    Il vetrocemento è un composto ossimorico, di spessa trasparenza: il contrasto concettuale che ne segue origina il paradosso di una visione bloccata dalla trasparenza. Questa strategia – similitudine, contrasto concettuale, rima – ricorre, spesso con esiti felici ma talvolta correndo il rischio di un automatismo compositivo, in altri luoghi del libro: la si ritrova almeno in Vecchio Nokia (p. 25), Compensare Costanza (p. 30), Il macchinista (o l’omicida di suicidi) (p. 62), A) (p. 82), Condivisione (p. 119), Clima discendente (p. 122) e in Sparire (p. 156), il cui finale (“come l’acqua dietro alle navi / che ritorna a essere mare”) ricorda fra l’altro il Philip Larkin di Next, please (“in her wake / no waters breed or break”). Questa capacità di penetrare intellettualmente e di riassumere esteticamente il nucleo morale o il rovello esistenziale di una situazione pone Targhetta in ideale continuità con quei poeti inclini alla diagnosi e al commento pedagogico sul mondo, alla satira e al disincanto: vengono in mente il tardo Montale, Giudici, Auden e Larkin. Alcuni tra i testi più riusciti – penso a Istituto di credito #2 (p. 32), Necessità dell’odio di classe (p. 53) e POV (p. 88) sono pregni di potenziale diagnostico, di critica alla società, e quindi reggerebbero bene l’urto di analisi più approfondite. Ecco POV:

    Domani salirà sui monti
    per osservare come sboccia il mondo
    in assenza di esseri umani.

    Eppure, si dice
    perché si compia l’evento
    gli occhi di chi guarda
    sono essenziali.

    Dalle foto delle vacanze elimina
    i corpi degli altri sempre.

    Di questa poesia si possono ammirare la nitida parsimonia retorica, l’implicita e implacabile logica argomentativa, nonché i risvolti di critica sociale. La prima strofa risuona del desiderio di purificazione antisociale già emerso in altri parti del libro. La seconda introduce un’antitesi (“Eppure”) che nega l’autenticità dell’isolamento, esso stesso divenuto merce da dare in pasto agli altri, narcisismo che necessita di stare nell’occhio del ciclone sociale. La soluzione, cioè la sintesi del distico finale, è brutale nella violenza simbolica (“elimina”) e nella falsificazione della realtà; al tempo stesso suona quasi innocua, per via della familiarità che abbiamo acquisito con Photoshop.

    La capacità di Targhetta di scrivere testi iconici, durevoli, radicati in un luogo e in una poetica, nonché il suo doppio registro (narrativo-fluviale e aneddotico-epigrammatico) sono parte del suo talento e del suo contributo alla poesia italiana contemporanea. Detto questo, sarebbe disonesto tacere dei limiti de La colpa al capitalismo. Il principale è nel senso di saturazione e ripetizione che restituisce la lettura: molti testi sono variazioni dello stesso tema, e sarebbero dunque sacrificabili ogni qual volta più o meno lo stesso contenuto venga veicolato in modo più impattante da un altro testo. Per fare solo un esempio, mentre Istituto di credito #2 è tra i vertici del libro, Istituto di credito #1 è del tutto dispensabile. Tra i testi per me sacrificabili ci sono anche Debora delle liste (p. 28), Continuità (p. 47), Restrizioni #2 (p. 63), Uomini rimasti bambini (p. 81), Prova contraria (p. 90), Discendenza (p. 127) e Vuoto a rendere (p. 131). Leggendo, ho spesso desiderato un libro più breve di un terzo, che preservasse i cinque poemetti ma che sfoltisse di un 20 o 30 testi gli oltre 80 testi brevi rimanenti. Vale la pena ricordare che, come ci informa la nota finale, i testi di La colpa al capitalismo sono stati composti nell’arco lungo di un decennio, dal 2011 al 2021: è difficile non pensare che questo libro, da un punto di vista editoriale, sia un’autoantologia non abbastanza selettiva.

    Vi è inoltre un certo numero di poesie per me riuscite solo a metà: Viola Gotica (p. 27) sarebbe più efficace senza la quartina finale rimata, che sembra un riempitivo; da Swimming Carla (p. 118) sarebbe espungibile la strofetta finale, fiacca in stile e contenuto (“L’esperienza delle cose del mondo / lei / sta cercando di dimenticarla”); nella bella e allegorica Saint-Tropez (p. 49), il verso di chiusa sembra aggiunto per cercare a tutti i costi una rima e l’esplicitazione della morale (“A chi bisogna dunque darla vinta?”). Qua e là Targhetta mostra inoltre un gusto per il gioco fonico al limite dello scioglilingua (“Vito evita la vita da una vita”, p. 24; “Tropicalizza terrazzi, Tiziano”, p. 69) o della rima rapper (“scritte fitte le lavagne / e zitte, dentro, le compagne”, p. 21) che se da un lato alleggerisce la cupezza delle situazioni, dall’altro appare un po’ fine a sé stesso. Anche i numerosi nomi propri, in fondo, sembrano obbedire a suggestioni sonore, rivelando quindi la loro natura ludo-verbale più che biografica.

    Senza la bontà delle riuscite, a ogni modo, sbavature e cadute come queste non risalterebbero altrettanto; e resta forse vero che, a un livello meta-poetico, il senso di fatica, saturazione, livellamento e trasandatezza di alcuni testi risponde sornionamente alla stessa logica capitalista del consumo ossessivo-compulsivo che pure Targhetta s’incarica di criticare.

  • 28# Simone Migliazza su “Doveri di una costruzione”

    Ieri Simone Migliazza ha pubblicato sul suo blog una delle migliori recensioni uscite su Doveri di una costruzione (Industria & Letteratura 2022): un vero e proprio attraversamento saggistico che riesce a essere informativo, analitico, e al tempo stesso partecipe delle ragioni profonde del libro, sintetizzandolo prima per poi articolare l’identità di ogni singola sezione, rivelandomi alcuni aspetti prima opachi o ignoti a me stesso. Mi verrebbe da dire che Simone – anche al netto di altre recensioni sue che ho letto di libri di Daniele Bellomi e Antonio Francesco Perozzi – è altrettanto bravo critico quanto poeta (leggetelo anche su quel versante!)

    Lo ringrazio dunque di cuore, sia perché non è scontato che, a oltre tre anni dalla pubblicazione, un libro di poesia trovi ancora lettori disposti a scriverne; sia perché Simone è soffermato su alcuni aspetti che, mi pare, erano stati lasciati un po’ in ombra nei contributi precedenti. Mi riferisco soprattutto al discorso sull’eros e sulle relazioni di coppia, che nei Doveri è piuttosto forte, e che mi sembra (magari mi sbaglio!) secondario se non esiguo in molta poesia recente. Ma anche al discorso sull’autenticità, di cui porto a casa, sottoscrivendola in pieno, questa osservazione tra le altre:

    “In Castiglione, l’insistenza sull’inautentico non produce nichilismo: al contrario, tradisce un’energia propositiva, un calore, un desiderio di contatto con una dimensione più autentica. Quando tale contatto si realizza — nell’amicizia, nell’apertura empatica, nel sentimento amoroso liberato dalla recita o nell’esperienza estetica — si manifesta una sorta di gioia della condivisione, un abbandono lirico all’esistenza, raro ma possibile.”

    Per leggere la recensione nella sua interezza, questo è il link.

  • 25# Addio bel repertorio: metrica e stile nella poesia degli anni Settanta (Udine, 1-2 dicembre)

    Annuncio con piacere che domani torno per qualche giorno in Italia, a Udine, in occasione di un convegno su metrica e stile nella poesia italiana degli anni Settanta, insieme a molti stimati colleghi. Il mio intervento si intitolerà Frontalità della voce e voicing della discontinuità: esempi da Sciarra amara (1977) di Jolanda Insana, e Ritratto di un amico paziente (1977) di Cristina Annino. Analizzerò strategie polifoniche e di contaminazione dei registri in queste due grandi poete, e probabilmente pubblicherò sul blog il testo della mia relazione. Stay tuned!

    ps: chi vorrà potrà seguirci anche online al link – https://shorturl.at/GyskI

  • 24# A Poet, a Stylistician, a Professor: Interview with Davide Castiglione

    [A few days ago, I have been interviewed by one of my students at Vilnius University. The questions were very perceptive, touching upon my overlapping but often competing research, teaching, and poetic writing commitments. I report here part of the interview – for the full text, click on the Vilnius University (–> Faculty of Philology –> English Academy) website.]

    Professor Castiglione, a researcher in the field of English stylistics and an Italian poet, shares his secrets of balancing between multiple projects and uncovers the sources of poetic inspiration: ‘Life itself, and especially its various crises and contemporary loneliness, is the most fruitful source’.

    Dr Castiglione, the versatility of your professional interests is truly impressive. What are the biggest challenges in balancing your research and teaching activities with writing poetry? 

    Excellent question! And one I’ve often asked myself too. Doing research, teaching and writing poetry are three activities that, while rewarding in different ways, are attention-intensive and occasionally even mentally draining. Each of them requires time and serious dedication to be carried out at a satisfactory level – that is, at a level at least on a par with one’s past performance and not too far from one’s self-assessed potential. Translated into everyday lived experience, this means that two of these three areas tend to be temporarily sidelined. For example, my teaching load is much lighter in autumn than in spring, which allows me to dedicate more time to poetry writing OR research from September to January: over the last three years (2022-2025) I have experienced a prolonged creative outburst resulting in a new poetry collection that is now almost ready. This was not only a writing project, but an existential exploration of my own past and of a given historical period, roughly from the 90s to the early 00s: a memoir of sorts in which I have stayed constantly in touch with my former self and with the environment that shaped it. Regrettably, this has left me with little energy or time for academic research, which has again become my top priority (after a post-doc in 2020-2022): in August this year, I submitted a book proposal, and in 2026 I should have two academic articles coming out, which were written slowly and laboriously in 2023 and 2024. Once the poetry demon is satiated, then, the research demon is back to reclaim attention. Teaching is intensive as a performance – after all, you are leading various classes and have a responsibility in front of your students: to be knowledgeable, organised, engaging, fair. From February to May there’s almost only teaching. Luckily, preparing myself now requires less time than it used to, since I already have plenty of teaching materials I reuse every year – although, in fairness, they still require constant updating: I do not know if I am a perfectionist, but I feel less motivated when using materials that no longer satisfy me. All in all, it’s a complicated coexistence, but so far it has worked out reasonably well.

    Some projects might be more rewarding and/or exciting than others. Do you have a favorite one? 

    I have been lucky to work on projects entirely conceived and planned by myself, be they poetic, academic, or more broadly cultural. I find all of them equally exciting, each in its own right, but of course I tend to feel more strongly about the latest ones (it is only fair to say that, while I am good at starting new things, concluding them is not my forte…). For example, now there’s this new academic monograph to write, described in the book proposal mentioned before, and which itself stems from my revised stylistics course: proof of how developing new teaching materials and testing them in the classroom can provide the impetus for new research. The excitement lies in the discovery or creation process itself; the reward, however, partly hinges on how these projects will eventually be received by their intended audiences: poetic readerships, academic colleagues, institutions, the broader public. Speaking of outreach and volunteering, on 27 November I am also starting an eight-week online creative writing course for students in Gaza. This opportunity came about thanks to the support of colleagues at the University of Northumbria, UK, who already have experience in collaborating with professors and students at the Islamic University of Gaza. It is an act of solidarity made all the more urgent by the fact that education in Gaza has been systematically destroyed. 

    What motivates you to write poetry? Where do you find inspiration?

    Introspection, memory, and direct observation are the cognitive paths I walk most often when writing poetry. These paths are all rooted in silence and solitude, so inspiration often thrives in this kind of ambience (no wonder I wrote a lot during the pandemic!). Life itself, and especially its various crises and contemporary loneliness, is the most fruitful source. In my third collection, Doveri di una costruzione (Duties of a Construction), there are poems about break-ups, miscommunication, mundane epiphanies, a dog in an oncology ward, toxic masculinity, the relationship between urban places and the lives they shape, even an ekphrastic attempt at capturing live electronic concerts with their technological hymns to chaos and their primordial vibes. In short, anything that interrogates me at a certain point in life but that, unlike academic research, elicits a synthetic rather than an analytic response. Just like fiction, poetry is a kind of knowledge that is accessible via intuition and embodied experience, rather than via the careful argumentation and verifiability at the core of academic research. My ultimate motivation, however, is simply to create something that I can enjoy as a reader myself: verbal constructions with a distinctive style and a sensuous rhythm, capable of inviting (and withstanding) several re-readings. A place for someone to pause and learn or marvel, just like the church depicted in a memorable poem by Philip Larkin. [continue here]