Jeffries’ monograph is genuinely important as it provides a principled and capacious framework for the analysis of poetic discourse. It is both a testament to Jeffries’s long-standing committment to the stylistic analysis of poetry, and to the contribution stylistics can make to linguistic theory. As I write in my review,
The book’s aim is ‘to give readers a systematic and replicable method for considering which features are present in poems they read and to interpret those features in the light of the specific text under scrutiny’ (2022: 4). Such concern with systematicity and replicability informs the expository fabric of the whole work, as well as the stylistic analysis underpinning it. In practice, Jeffries undertakes a multi-feature analysis of 27 contemporary poems – all of which fully reproduced in the appendix (pp. 255-272) to ensure verifiability – and teases out how each feature contributes to the poems’ overall textual meaning and effects. In doing so, Jeffries traces shared strategies and recurring effects, thus reviving the comparative nature of early stylistics.
To access my full review, click here. If you work in stylistics and discourse analysis (because poetic discourse is a kind of discourse!), this is a must-have, which has inspired me in ways that, hopefully, will become apparent in the not too far future.
Oggi su Kritica esce un articolo al quale tengo molto, perché ripercorro un corso online di scrittura creativa che ho tenuto per un gruppo di studenti palestinesi di Gaza tra fine novembre e fine gennaio. Si è trattato di uno sforzo comune partito dal basso, al di fuori (purtroppo) di ogni cornice compiutamente istituzionale, e che ha visto protagonisti gli stessi docenti e studenti palestinesi, oltre ai colleghi delle università inglesi di Newcastle e Northumbria che hanno tenuto alcune delle lezioni. Un tentativo solidale e sostenibile, ancorché minimo per portata, di opporsi allo scolasticidio ampiamente documentato a Gaza.
Desidero ringraziare tutti i docenti (citati nel pezzo) che hanno collaborato con me e che mi hanno dato consigli preziosi per finalizzare e migliorare questo articolo; e Federica D’Alessio, che lo ha accolto suKritica, una testata che v’invito a seguire e sostenere attivamente (anche economicamente), perché fa informazione indipendente e rigorosa.
Riporto qui i primi tre paragrafi; per il testo intero, il link è questo.
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Fra il 27 novembre 2025 e il 29 gennaio 2026, io e alcuni colleghi da varie università del Regno Unito abbiamo tenuto un corso di scrittura creativa a distanza per sedici studenti dell’Università Islamica di Gaza (IUG). Il contributo che segue offre un resoconto di questa esperienza e s’interroga su alcuni limiti strutturali e politici dei nostri atenei, sull’importanza di collaborare strettamente con docenti e studenti palestinesi, nonché sulle implicazioni politiche che emergono già in fase d’ideazione di un corso. L’auspicio è che esperienze analoghe possano moltiplicarsi per opporsi con forza allo scolasticidio in corso a Gaza, spiegato bene su Kritica in questo articolo di Raffaele Oriani. Le stesse infrastrutture della IUG sono state danneggiate o distrutte fino al 95% del totale, secondo stime riportate dal Guardian.
Un inizio accidentale e i limiti istituzionali che rivela
Luglio 2025: sono a Birmingham, alla cena conclusiva di una conferenza di linguistica e poetica. Orecchiando una conversazione tra colleghi m’imbatto nell’esistenza di un’iniziativa chiamata Hope and Healing in Gaza (Speranza e guarigione a Gaza). L’iniziativa, nata nell’Università di Nortumbria (qui la pagina dedicata), è culminata nell’offerta formativa dello stesso corso TESOL (Teaching English to Speakers of Other Languages – insegnamento dell’inglese a chi parla altre lingue) sia agli studenti locali di Newcastle che a quelli palestinesi dell’Università Islamica di Gaza (IUG).
Se non avessi partecipato a quella cena, o se mi fossi seduto a un altro tavolo, probabilmente non avrei mai saputo di Hope and Healing in Gaza e non avrei insegnato quel corso. A luglio 2025 il genocidio dei palestinesi era già in corso da quasi due anni, eppure nessuna iniziativa d’insegnamento solidale era stata diffusa tramite canali ufficiali. Sappiamo che le università sono corresponsabili di questa situazione, sia per inazione che per diretta complicità: quella di Vilnius (Lituania) dove lavoro, mantiene ancora saldi legami di vario tipo con le università israeliane, come ha di recente denunciato il collettivo studentesco Vilnius University Students for Palestine.
Oggi su Atelier la rubrica “L’ago del mondo in me – dialoghi di poetica a cura di Silvia Patrizio” ospita le mie lunghe risposte alle domande niente affatto facili di Silvia, che è studiosa di filosofia, poetessa di rango, persona di enorme sensibilità, e amica di lunga data. Spero di essere riuscito a trovare una quadra fra l’ampiezza delle domande e il mio bisogno di circoscrivere i problemi.Ci sono anche, in coda, un paio di inediti che potranno darvi un’idea della mia pratica poetica più recente.Buona lettura, e un grande grazie a Silvia e a tutta la redazione di Atelier per la disponibilità.
Ecco un estratto (per il testo intero, clicca qui):
“S.P. Come si tratteggia, nella tua poetica, il limite poroso tra esperienza privata e universalità del linguaggio? Se poesia è ‘messa in forma’, in che rapporto sta il gesto poetico col magmatico coagularsi dell’esperienza, personale e collettiva? Questo confine di difficile definizione influenza in qualche modo la tua concezione della scrittura?
D.C. Una premessa, anzitutto. Da un lato l’esperienza privata non è mai veramente privata: sembra privata perché non l’abbiamo ancora analizzata, estroflessa, ma in realtà ogni esperienza è già uno scambio continuo di informazioni con il circostante. Un’esperienza intransitiva non esiste, è un ossimoro. Ogni esperienza è pubblica, in senso lato. Al limite, ci sono esperienze più o meno opache. In questa stessa struttura transitiva dell’esperienza risiede il suo grado di generalizzazione o estensibilità (si può dire?), cioè la capacità di farsi raccogliere da altri (e con altri posso includere i sé futuri).”
I am happy to share that my new research article, titled “Principles of … stylistics: The central place of IA Richards’ principles of literary criticism in a theory of stylistics” has just been published online and is open access in Language and Literature, a leading journal of stylistics. The article is part of a special issue (edited by David West) aimed at assessing the significance of I. A. Richards‘ 1924 masterpiece of aesthetics and criticism in the context of contemporary stylistics.
In my theoretical paper I examine at length Richards’ ambivalent attitude towards imagery, the troubled route between stimulus and response, the tension between the richness of literary experience and the reductionist requirements of experimental research, and the stratification and location of literary effects. In short, I attempt to show how I. A. Richards, a century later, can still help us make stylistics better. Indeed, in this article I make some proposals that will definitely inform much of my future scholarly work, so it is a sort of preview of such work as well as an evaluation of the work already done (by others and by myself).
Click here to access the full article and… happy reading!
Sono rimasto sgomento nell’aver appreso, da profili di amici, che Matteo Fantuzzi non è più con noi. L’ultima volta che ci siamo scambiati alcuni messaggi è stato circa nove mesi fa: aveva voluto ringraziarmi in privato perché in un mio post (poi ripreso ed espanso qui) avevo segnalato come meritevole il suo lavoro di divulgazione e mediazione della poesia, esemplificando in lui la figura del critico-ponte. Mi aveva perfino confessato che quel mio post gli aveva dato forza in un periodo difficile, dove era sottoposto a cure complesse. Per pudore, rispetto o codardia non gli avevo chiesto altro – oltre alle frasi di circostanza che si dicono in quei contesti, specie quando ci si conosce poco e non ci si è frequentati di persona – e certamente non immaginavo (o non osavo immaginare) si trattasse di una malattia così grave. E poi, più nulla, non sono tornato a scrivergli, e adesso non me lo perdono: questa atomizzazione e dispersione in cui siamo immersi è proprio ciò che infine distrae e recide i legami, magari nel momento in cui l’altro è più vulnerabile. E’ proprio l’atomizzazione quell’atmosfera che Matteo stigmatizzava con forza: ne sono prova tanto il suo spendersi per moltiplicare le occasioni di incontro e di dialogo, tanto la sua poesia corale, intrisa di storia e di realtà.
Matteo inoltre è stato uno dei pochissimi, l’anno prima, a chiedermi del volume critico che insieme a Michele Ortore avevamo pubblicato su Annino, e ad averne scritto generosamente – non senza piglio polemico, ma di una polemica derivata dall’amarezza – su UniversoPoesia – Strisciarossa. Mi permetto di riportarne un passaggio perché, scrivendo di Annino e del nostro volume, Matteo rivelava anche parte di sé stesso:
“Questa attenta raccolta di articoli e riflessioni […] è da considerarsi un tentativo di riparazione a una certa emblematica tendenza dell’attuale poesia italiana, tendenza a ragionare per cerchie ristrettissime e soprattutto a escludere tutto quello che non si possa ritenere utile al mantenimento dello status quo.”
Mi è difficile, rileggendo questo passaggio, non intuirci anche un qualcosa di autobiografico – le tendenze poetiche dell’ultimo decennio o giù di lì, e forse più ancora le schematizzazioni critiche, mettevano ai margini proprio poetiche come quelle di Matteo: né lirico-intimiste né di ricerca, ma appartenenti a quella vasta e misconosciuta area di cani sciolti che ho chiamato del realismo empatico, e in cui la poesia di Matteo si inserisce a pieno titolo.
Proprio per capire il realismo empatico della poesia di Matteo, ieri su La poesia e lo spirito, su invito di Fabrizio Centofanti, ho pubblicato una lettura di una poesia singola. Riporto qui sotto l’inizio del mio contributo, leggibile per intero al link di cui sopra.
Realismo empatico in Matteo Fantuzzi: lettura di una poesia da “La stazione di Bologna” (Feltrinelli, Zoom Poesia, 2017)
Ne La stazione di Bologna, Matteo Fantuzzi ripercorre il tragico evento del due agosto 1980, le cicatrici che ha lasciato nella memoria dei sopravvissuti e si fa portavoce della rabbia e del desiderio di giustizia dopo che, ancora nel 2017, l’inchiesta sui mandanti era stata archiviata. Nella “Poesia della vecchina” (pp. 47-48) Fantuzzi dà direttamente voce a un’anziana che, il giorno della strage, s’offrì di versare il caffè ai soccorritori (vv. 1-8):
Io sono nella storia come un pezzo d’ambra lasciato nel cassetto delle gioie a invecchiare come le tazzine del servizio buono, spolverate per un ospite speciale che tarda sempre a presentarsi nei pomeriggi vuoti, nella canicola dei viali perché pure un caffè può dare del ristoro, un gesto in tutta quella roba, quaranta gradi tutto il giorno a togliere la gente a mani nude:
La narrazione, in prima persona, è monologica e a focalizzazione interna: viene ricostruito l’immaginario dell’anziana accennando alla solitudine e all’immobilità delle sue giornate («pomeriggi vuoti», «canicola dei viali») e a referenti crepuscolari e dimessi («le tazzine del servizio buono») che riacquistano nuova vita non appena rifunzionalizzati, messi al servizio della comunità. L’enormità del caos, la difficoltà dei soccorsi avrebbero probabilmente generato metafore iperboliche qualora un narratore-demiurgo avesse prevalso sul personaggio. Fantuzzi, invece, si cala nella schiettezza popolare dell’anziana, che tale disordine esprime con un’espressione idiomatica in odor di understatement («tutta quella roba») che non è affatto vòlta a sminuire la vicenda, ma a sottolinearne l’impossibilità di una comprensione analitica: quasi come chi, in mancanza di parole adeguate, resti in silenzio o scuota la testa. Una maggiore coloritura narratoriale permea a ogni modo il primo verso, dove la rivendicazione del proprio ruolo («io sono nella storia») sembra caricato di una consapevolezza orgogliosa, quasi solenne, in opposizione all’understatement di cui sopra. È come se si realizzasse qui un conflitto latente, ma non impercettibile, fra istanze narratoriali da un lato – l’uso del personaggio come puntello argomentativo nell’economia del macrotesto – e istanze di pressoché totale immedesimazione nel personaggio dall’altro. […]
Continua a leggere qui. Segnalo anche un interessante studio accademico di Eleonora Rimolo che esemplifica una linea di poesia civile e narrativa in Italia proprio a partire da Matteo Fantuzzi, insieme a Fabiano Alborghetti e Fabio Pusterla, letti in un’ottica comparata.
Segnalo con grande piacere che è da poco uscito il volume Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca (Mimesis), presentato domenica scorsa al Salone del Libro di Torino, e al quale ho avuto il piacere di contribuire insieme a Jan Baetens, Roberto Cescon, Azzurra D’Agostino, Tommaso Di Dio, Alessandro Ferrara, Giovanna Frene, Andrea Inglese, Franca Mancinelli, Massimo Natale, Italo Testa, Gianni Turchetta e Gianmario Villalta.
In attesa di leggerlo per bene, posso già dire che un primo grande merito del volume, curato da Maria Borio e Laura Di Corcia, è l’aver posto la questione dell’autenticità (e del suo legame con la poesia) in modo frontale, non aggirabile: l’autenticità è in effetti spesso trattata male, sospettata, o liquidata con un’ironica alzata di spalle. Doverne/volerne scrivere riporta invece questo fenomeno/effetto/costrutto/condizione/pratica al centro del discorso.
Il volume ristampa, con modifiche e qualche espansione strategica, un mio contributo uscito su Le parole e le cose circa un anno fa. Contributo forse scritto “con il cuore in mano” e senza difese analitiche o troppi paraventi teorici, perché questo tema mi sollecita più di altri: non lo studio ma cerco di viverlo e interrogarlo, nelle relazioni come nella scrittura. Spoiler alert: penso semplicemente che l’autenticità esista, e mi piace pensare che sia persino una condizione che si può sentire a livello fenomenologico.
Segnalo, sempre su Le parole e le cose, anche il contributo teorico di Alberto Casadei, studioso che coniuga con originalità e rigore scienze cognitive e uno sguardo storico-estetico-filosofico ad ampio raggio.
I’m thrilled to share that a selection of my poems has been published on Versopolis both in the original Italian and in self-translated English versions. Taster below. Enjoy!
The Blank
The heat glues her body to a greasy seat But there’s a disconnect to everything else. Her visa isn’t valid, so the bastards repeat.
There’s a blank where the stamp should be. Madame we did our best, we truly did… they Don’t even say it. Yet she doesn’t cry: she
Crumples the receipt as once an old lady In her failing fist crushed the bloody Dictator’s name and freed it from her lips.
The absurd and the real are too sticky to flee. No matter how hard her head gropes Towards the exit, that stray dog of hope.
Segnalo con piacere che su Versopolis sono apparsi alcune mie poesie inedite, sia nell’originale che in versioni auto-tradotte in inglese. Qui sotto un’anteprima. Buona lettura!
La lacuna
Il caldo incolla alla seggiola untuosa della sala, ma tutto il resto si sfalda. Bastardi. Non le confermano il visto.
La lacuna lasciata dal timbro, è troppo. Signora abbiamo fatto il possibile non lo dicono neanche ma non piange,
disintegra il numerino come ho visto l’anziana straziare nel pugno il nome del porco dittatore scappato sottovoce.
L’assurdo si appiccica, non se n’esce. Ci prova la sua testa, fa gli scatti e strattona il cane della speranza, dove gliel’hanno legato.
Ho deciso di offrire ai miei visitatori una tavola sinottica scaricabile in pdf di tutti gli interventi critici scritti finora, in un periodo esteso che va dal 2006 – quando ho contribuito con alcune note a un giornalino dell’università – fino al 2026. Si tratta di un ventennio esatto. In tutto si sono accumulate oltre 200 analisi su circa 160 autori. Non è un ritmo elevato (circa 10 analisi l’anno, meno di una al mese), ma è comunque un corpus quantitativamente rispettabile. La maggior parte delle analisi sono accessibili sulla (o dalla) pagina Critica del sito, ma altre no – vuoi perché sono rimaste inedite, vuoi perché fanno parte di saggi o libri il cui copyright appartiene alle case editrici. Se vi interessa leggere qualcosa su uno degli autori elencati, potete contattarmi in privato.
Ho inoltre tentato di catalogare gli interventi in base a funzione ed estensione: sono venute fuori sette categorie, elencate nelle colonne:
Pre/post-fazione
Recensione
Nota di lettura o presentazione
Saggio breve
Studio accademico
Analisi testuale singola (indipendente)
Analisi testuale in saggio tematico (dipendente)
Si va quindi da cappelli brevi, di pochi paragrafi, a saggi lunghi decine di pagine. La schiacciante maggioranza degli autori e autrici analizzati sono poeti, ma ci sono anche alcuni prosatori, saggisti, e un paio di registi. Mancano post più brevi, pubblicati su Facebook, su alcuni autori, nonché purtroppo una decina di analisi su autori stranieri, risalenti a oltre un decennio fa, e che temo di aver perso per sempre. La tavola verrà aggiornata circa un paio di volte all’anno. Vuole essere uno strumento di navigazione e anche di archivio. Presto la carico anche sulla pagina di Critica del sito. Buona esplorazione!
Back in October 2025, I had the pleasure of being interviewed by Kristina Tamelytė as a foreign resident in Lithuania, where we talked about my favourite books by Lithuanian authors (and my still rather modest reading journey!).
I’m happy to share that the interview has now been published in issue no. 4 of Penkiolika (“fifteen”).
Follow the yellow arrow and… enjoy! And if you don’t speak Lithuanian, the Google Lens feature in Google Translate does a pretty good job at making the text accessible
I’m thrilled to share that my new article ‘Poetry: Stylistic Aspects’ has been published online a few days ago, and this summer it will appear in print on the International Encyclopedia of Language and Linguistics, 3rd edition (Elsevier, Hilary Nesi & Petar Milin (eds.)).
It’s probably the article on which I’ve spent more time ever, as I had to cover a lot of ground (style in poetry – where do I even begin?) and struggled for a while to decide what to include and how to proceed. Among other things, it is meant to be an introduction to style in poetry, a critical review of extant research, and the outline and application of a new framework. Happy reading!