Categoria: News/segnalazioni

  • 44# New poems out

    I’m thrilled to share that a selection of my poems has been published on Versopolis both in the original Italian and in self-translated English versions. Taster below. Enjoy!

    The Blank

    The heat glues her body to a greasy seat
    But there’s a disconnect to everything else.
    Her visa isn’t valid, so the bastards repeat.

    There’s a blank where the stamp should be.
    Madame we did our best, we truly did… they
    Don’t even say it. Yet she doesn’t cry: she

    Crumples the receipt as once an old lady
    In her failing fist crushed the bloody
    Dictator’s name and freed it from her lips.

    The absurd and the real are too sticky to flee.
    No matter how hard her head gropes
    Towards the exit, that stray dog of hope.

    Segnalo con piacere che su Versopolis sono apparsi alcune mie poesie inedite, sia nell’originale che in versioni auto-tradotte in inglese. Qui sotto un’anteprima. Buona lettura!

    La lacuna

    Il caldo incolla alla seggiola untuosa
    della sala, ma tutto il resto si sfalda.
    Bastardi. Non le confermano il visto.

    La lacuna lasciata dal timbro, è troppo.
    Signora abbiamo fatto il possibile
    non lo dicono neanche ma non piange,

    disintegra il numerino come ho visto
    l’anziana straziare nel pugno il nome
    del porco dittatore scappato sottovoce.

    L’assurdo si appiccica, non se n’esce.
    Ci prova la sua testa, fa gli scatti e strattona
    il cane della speranza, dove gliel’hanno legato.

  • 40# Mappa della critica: una tavola sinottica (2006-2026)

    Ho deciso di offrire ai miei visitatori una tavola sinottica scaricabile in pdf di tutti gli interventi critici scritti finora, in un periodo esteso che va dal 2006 – quando ho contribuito con alcune note a un giornalino dell’università – fino al 2026. Si tratta di un ventennio esatto. In tutto si sono accumulate oltre 200 analisi su circa 160 autori. Non è un ritmo elevato (circa 10 analisi l’anno, meno di una al mese), ma è comunque un corpus quantitativamente rispettabile. La maggior parte delle analisi sono accessibili sulla (o dalla) pagina Critica del sito, ma altre no – vuoi perché sono rimaste inedite, vuoi perché fanno parte di saggi o libri il cui copyright appartiene alle case editrici. Se vi interessa leggere qualcosa su uno degli autori elencati, potete contattarmi in privato.

    Ho inoltre tentato di catalogare gli interventi in base a funzione ed estensione: sono venute fuori sette categorie, elencate nelle colonne:

    1. Pre/post-fazione
    2. Recensione
    3. Nota di lettura o presentazione
    4. Saggio breve
    5. Studio accademico
    6. Analisi testuale singola (indipendente)
    7. Analisi testuale in saggio tematico (dipendente)

    Si va quindi da cappelli brevi, di pochi paragrafi, a saggi lunghi decine di pagine. La schiacciante maggioranza degli autori e autrici analizzati sono poeti, ma ci sono anche alcuni prosatori, saggisti, e un paio di registi. Mancano post più brevi, pubblicati su Facebook, su alcuni autori, nonché purtroppo una decina di analisi su autori stranieri, risalenti a oltre un decennio fa, e che temo di aver perso per sempre. La tavola verrà aggiornata circa un paio di volte all’anno. Vuole essere uno strumento di navigazione e anche di archivio. Presto la carico anche sulla pagina di Critica del sito. Buona esplorazione!

  • 39# Interview on “Penkiolika” (in Lithuanian)

    Back in October 2025, I had the pleasure of being interviewed by Kristina Tamelytė as a foreign resident in Lithuania, where we talked about my favourite books by Lithuanian authors (and my still rather modest reading journey!).

    I’m happy to share that the interview has now been published in issue no. 4 of Penkiolika (“fifteen”).

    Follow the yellow arrow and… enjoy! And if you don’t speak Lithuanian, the Google Lens feature in Google Translate does a pretty good job at making the text accessible

  • 37# Poetry: Stylistic Aspects (new encyclopaedia chapter)

    I’m thrilled to share that my new article ‘Poetry: Stylistic Aspects’ has been published online a few days ago, and this summer it will appear in print on the International Encyclopedia of Language and Linguistics, 3rd edition (Elsevier, Hilary Nesi & Petar Milin (eds.)). 📖

    It’s probably the article on which I’ve spent more time ever, as I had to cover a lot of ground (style in poetry – where do I even begin?) and struggled for a while to decide what to include and how to proceed. Among other things, it is meant to be an introduction to style in poetry, a critical review of extant research, and the outline and application of a new framework. Happy reading!

  • 36# A new study employing my difficulty model

    I have fond memories of the Journal of Literary Semantics (JLS), for it was there that a series of articles by Iris Yaron on poetic difficulty appeared in 2002, 2003 and 2008, inspiring me to write a doctoral thesis on this very topic from 2011 to 2015. In 2013, JLS published my first article on this topic (I would then published two other works: an empirical study on Language and Literature in 2017, and a Palgrave monograph in 2019: see RESEARCH/RICERCA – DAVIDE CASTIGLIONE).

    Now this academic relay race has resumed or – if you prefer another metaphor – its underground stream has just resurfaced: last week, a new article (see also here on Semantic Scholar to access the abstract and list of references) by Peter Harvey has been published that builds on my difficulty checklist, adapting it and expanding it to account for challenging fictional prose (exemplified by Virginia Woolf and Toni Morrison). Unsurprisingly, the most significant additions to my model concern the various techniques of speech and thought presentation (e.g., free indirect style, embedded viewpoints) that feature much more prominently in prose fiction than in poetry.

    It’s hard to convey the extent of the fulfillment I felt in seeing my academic work treated as the main framework and theoretical basis for the first time, and even more so considering that almost a decade has elapsed since my 2017 article (on which this 2026 article largely builds) appeared. Academic vanity aside, this means that if a work is rigorous and innovative enough, if you really put your heart into it (and not just your brain!), then its life is not necessarily constrained by its immediate (in)visibility. Quite the opposite: as many late bloomers, it acquires new intellectual life once the passing of time has allowed its contribution to be fully appreciated by others (and I say this despite there are things I’d now criticise of my past work – especially its attempt at being so fine-grained that the forest is often missed for the trees).

  • 34# Recensione a Linea di mira (Pietre Vive 2025), di Cristina Simoncini

    Circa due settimane fa, La Balena Bianca ha pubblicato una mia recensione al bell’esordio poetico di Cristina Simoncini: Linea di mira(Pietre Vive 2025). Si tratta di un lavoro con cui sono entrato facilmente in risonanza, forse perché la sua poetica che coniuga memoria, nucleo familiare e società, converge con la mia stessa ricerca degli ultimi anni. Riporto l’inizio della recensione qui sotto; il testo completo lo trovate a questo link. Si tratta della prima recensione che scrivo da parecchio tempo, e anche della ripresa di una collaborazione con la ciurma della Balena Bianca, che ha fatto un lavoro di editing meticoloso su questa recensione, aiutandomi a migliorarla sia in alcuni aspetti tecnici che di fluidità della scrittura. Per ricordarsi, con Donne, che nessuna persona è un’isola, e che navigare insieme è prezioso. Buona lettura.

    «Mi divertivano gli stimmi da acconciare, | la devozione fiduciosa al visibile». Sono i versi conclusivi di Linea di Mira, l’esordio in poesia di Cristina Simoncini, classe 1966. Li cito in apertura di recensione perché mi sembrano retrospettivamente compendiarne la poetica: da un lato, è centrale l’esercizio della memoria, il quale  conduce a una ricognizione emotiva e analitica di una storia personale, familiare e sociale che va «dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta» (come precisa la quarta di copertina).

    Dall’altro lato «la devozione fiduciosa al visibile», a quanto si offre empiricamente ai sensi, innerva pressoché ogni poesia del libro, onorando l’impegno verso la presenza testimoniale e arginando le tentazioni smaterializzanti e le lusinghe dell’assenza di tanta lirica: valgano  a esempio alcune immagini da close-up – tattile la prima, olfattiva la seconda, tattile-visiva la terza: «prurito di polvere da sparo», p. 17; «respirava il fenolo delle strade», p. 27; «qualche goccia di sudore | finiva nel colletto bianco», p. 33. Versi del genere davvero rimandano a un «vasto magazzino di percezioni», come scrive Vincenzo di Maro in una conversazione con l’autrice posta in chiusura al volume, a mo’ di postfazione dialogica (p. 85).

    L’attitudine empirica è consustanziale alla tensione conoscitiva di Simoncini, per la quale la memoria «è tutto fuorché nostalgia: è piuttosto presenza, anche percettiva» (p. 84, dalla succitata conversazione): così che memoria e percezione si trovano mutualmente implicate, come avviene spesso anche in Federico Italiano (cfr. Habitat, prima sezione: «Sotto questa pioggia di fine inverno | si andava a visitare le zie, | a Galliate con l’Audi 80 | color senape»; da confrontare, per atmosfera, con «Millenovecentosettantaquattro | mio padre guida la Lancia Duemila | Iniezione, sul retro le bambine | scostano le tendine parasole», Linea di mira, p. 23). Al di là di una sensibilità condivisa, a contare è probabilmente anche il magistero di Seamus Heaney – del resto ammesso sia da Italiano che da Simoncini. Il poeta irlandese, infatti, ha fatto della propria infanzia materia di scavo psicologico e conoscitivo (famosamente in Blackberry-Picking), arginando quanto possibile l’indulgere nostalgico. (continua qui)

  • 32# Versioni da Philip Larkin su L’Ulisse

    Sull’ultimo, ricchissimo numero della rivista L’Ulisse (no. 27), dedicato al tema monografico “Poesia, fotografia e post-fotografia”, e curato da Francesco Deotto, Stefano Salvi e Italo Testa, sono apparse anche sette mie versioni da Philip Larkin (pp. 414-421), e più precisamente dal suo “vero” esordio,The Less Deceived (1955). Nello stesso numero della rivista, scopro con piacere che Michela Davo ha dedicato un puntuale saggio (pp. 160-170) a Lines on a Young Lady’s Photograph Album, che apre il succitato libro. In questo saggio, in linea con l’impianto monografico del numero incentrato sul rapporto fra poesia e fotografia, la studiosa esamina l’interrelazione e le discrasie fra arte poetica e arte fotografica, restando vicina ai segnali stilistici di Larkin e ponendosi in dialogo con interpretazioni precedenti e la testimonianza della stessa young lady dedicataria della poesia. Subito dopo le mie traduzioni (pp. 421-436), fra l’altro, troverete anche le versioni del mio sodale Roberto Minardi dal poeta honduregno Roberto Sosa, mai prima tradotto in italiano se non dallo stesso Minardi, se non mi sbaglio.

    Nel 2024 ho tradotto Larkin con discreta costanza – circa una ventina di testi, tutti da The Less Deceived, con l’auspicio di tradurre l’intero libro (qui potete leggere alcune mie note traduttologiche a riguardo). Nel 2025 mi sono un po’ fermato, complice forse la consapevolezza che a breve uscirà addirittura un Meridiano Mondadori sul poeta inglese – ottima notizia di per sé, ma anche dolceamara, per quanto riguarda ostacoli legati ai diritti d’autore nella circolazione di versioni alternative a quella che sarà la versione ufficiale.

    Proprio alla luce di ciò, tuttavia, mi fa molto piacere che circa un terzo di questo mio piccolo corpus abbia iniziato a circolare su una rivista free access ma al tempo stesso di ottimo livello accademico. La mia speranza è quella di aver preservato qualcosa della particolarissima tonalità del dettato larkiniano. Lascio a voi il giudizio sulla bontà o meno di questo mio sforzo. Qui sotto, un primo assaggio – il resto, appunto, lo troverete direttamente sul pdf della rivista ai numeri di pagina indicati.

    Absences

    Rain patters on a sea that tilts and sighs.
    Fast-running floors, collapsing into hollows,
    Tower suddenly, spray-haired. Contrariwise,
    A wave drops like a wall: another follows,
    Wilting and scrambling, tirelessly at play
    Where there are no ships and no shallows.


    Above the sea, the yet more shoreless day,
    Riddled by wind, trails lit-up galleries:
    They shift to giant ribbing, sift away.


    Such attics cleared of me! Such absences!

    Assenze


    La pioggia pizzica un mare che stride e s’inarca.
    Pavimenti precipitosi collassano in vuoti,
    svettano improvvisi, brizzolati. In contromarcia
    crolla un’onda come un muro: ne arriva un’altra,
    avvizzisce poi balza, gioca inesausta nei moti
    dove non si tocca e manca nave o barca.


    Sopra il mare, pure più privo di coste è il giorno
    crivellato dal vento, che si trascina a rimorchio
    gallerie luminose: smottano in volute immense,


    sfumano. Oh attici purgati di me! Oh assenze!

  • 29# Crepuscolarismo critico in “La colpa al capitalismo” (2022) di Francesco Targhetta. Un saggio breve.

    Sul numero 132 della rivista Il Segnale (ottobre 2025, pp. 87-92) è apparsa una mia lettura critica del libro di poesie La colpa al capitalismo (La nave di Teseo, 2022) di Francesco Targhetta. Qui esamino i suoi “aneddoti narrati in terza persona” su personaggi marginali, emarginati dalle logiche competitive e per questo emblematici del mondo tardo capitalista. Commento anche la sua vena narrativa, talvolta più fluviale e talaltra più epigrammatico-ironica, e sottolineo i motivi d’interesse e anche d’importanza di questo libro; ma non taccio della qualità disuguale dei testi e della loro ipertrofia numerica, che porta a un senso (voluto?) di ridondanza e saturazione.

    Riporto qui sotto il testo integrale, ringraziando la redazione della rivista Il Segnale (e in particolare Mario Buonofiglio) per la gentile concessione. Buona lettura.

    Crepuscolarismo critico in La colpa al capitalismo, di Francesco Targhetta

    Nel suo fortunato libro-manifesto Realismo capitalista, Mark Fisher introduce il concetto di impotenza riflessiva per caratterizzare il clima imposto dal tardo capitalismo: simile solo in apparenza all’apatia e al cinismo, l’impotenza riflessiva è in realtà la radicata e oppressiva sensazione che non esista alternativa attuabile –  né addirittura immaginabile – a uno stato di cose le cui macro-storture sono sotto gli occhi di tutti: competitività come ragione di vita o mezzo di sopravvivenza, sfruttamento sistematico, disuguaglianze economiche sempre più acute, religione del profitto, diffusione endemica di ansia, depressione e altri disturbi mentali. Con La colpa al capitalismo (La Nave di Teseo, 2022) Francesco Targhetta esplora in versi lo stesso scacco saggisticamente articolato da Fisher.

    La colpa al capitalismo seziona questo mal di vivere sociale attraverso case studies illustrati da personaggi-cavie variamente inetti a una vita che, quasi loro malgrado, si trovano a gestire: da Lexotan Livia – affetta d’ansia al punto che il farmaco assurge a nuovo cognome, a marca indelebile d’identità – a Inidoneo Jacopo, al quale “Basta l’apertura di una cassa in più / mentre aspetta in coda / e tarda a spostarsi / per farlo sentire sconfitto per ore” (p. 19); da Vito che “si esercita nel plagio / di un uomo che si trova / a proprio agio nel mondo” (p. 24) ad Alessia “che viveva già a scuola schiacciata / dall’insolente bellezza di tutti” (Individualismo occidentale subìto, p. 99). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, e La colpa al capitalismo in effetti ne tracima: al punto che a una lettura progressiva del libro questi personaggi risultano spesso poco cospicui, difficilmente distinguibili fra loro se non per la sfumatura del male subìto, e per le minime strategie difensive che mettono in atto per tirare avanti.

    La strategia che ricorre più di frequente, sia pur declinata in varie tecniche, è quella dell’auto-reclusione. La quarta di copertina riprende a tal proposito l’efficace quartina epigrammatica di Hikikomori’s haiku: “Si è chiamato fuori / chiudendosi dentro: / il suo atto di fede / un appartamento” (p. 17). Come l’hikikomori, Livia “si rifugia allora nel sogno di sottrarsi” (p. 18); Gregorio “sguscia e mette distanza” (p. 79); in una deriva più inquietante, Denis cura la sua solitudine frequentando Casa Pound (p. 89), mentre il Tiziano di un lungo poemetto ripiega “su un’arcadia domestica” per “non dover così farsi carico / del bene collettivo” (p. 71). Si tratta in fondo dello stesso sentimento di nausea e saturazione per le aspettative sociali che informava Philip Larkin quando, durante il boom economico del secondo dopoguerra, scriveva in Wants del desiderio irresistibile di stare da soli, di un’anelata morte sociale. La differenza è che, circa settant’anni dopo, tale desiderio si è allargato a una massa di individui (i perdenti, gli sconfitti del capitalismo), e smette pertanto di essere esclusiva di intellettuali pessimisti e misantropi.

    In questi aneddoti narrati in terza persona non mancano strategie dotate di maggiore agentività, dai contorni paradossali, tra catarsi e autosabotaggio: come i cittadini collaborativi dell’eponima poesia, che sperano in un alcol test “solo per la voglia di dimostrarsi / puliti, a posto, del tutto incolpevoli” (p. 57); o la mania di Roberto “di mettere gli orologi in avanti […] per far salire un po’ di angoscia / sempre” (Roberto medical center, p. 23). Comportamenti anomali e disfunzionali che tradiscono la pressione del doversi assimilare a un sistema esso stesso disfunzionale, al quale tuttavia si è incapaci o indisposti di assimilarsi del tutto – pena la perdita del proprio nucleo umano. Queste resistenze minime o strategie di sopravvivenza non arrivano comunque a farsi davvero politiche, restando confinate nel mondo individuale di ogni vittima, atomizzata nella routine di una Western Way of Life sempre meno sostenibile.

    Targhetta rappresenta così il lato oscuro (l’edonismo consumista essendo quello in luce) della spoliticizzazione diffusa a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo, e di cui ragionano, tra gli altri, lo stesso Fisher e Guido Mazzoni nel recente saggio Senza riparo (Laterza, 2025). Come sostiene lo stesso Mazzoni, oggi quell’epoca appare in fase terminale: allertata dalla Brexit, incrinata dalla pandemia, scossa dall’invasione russa dell’Ucraina, e infine sepolta sotto le macerie di Gaza. Rappresentare una realtà dalla quale il conflitto sembra(va) evaporato (La rimozione del conflitto è anche il significativo titolo dell’ultimo lavoro di Andrea De Alberti) resta comunque un’operazione eminentemente politica: Targhetta la persegue con onestà proprio perché non rivendica per sé alcun mandato sociale, limitandosi a far cronaca delle conseguenze del capitalismo sulle vite individuali. Qui potrebbe risultare istruttivo un confronto con Tu devi prendere il potere (Interlinea, 2023), di Pietro Cardelli, col suo impianto anti-ironico, fortiniano, che si interroga di continuo sulle proprie responsabilità etico-politiche (“Avevamo bisogno di un consiglio, di un ordine / di un destino, non di frammentarci qui dentro / come animali metallici”, p. 26). Perfino il titolo del libro di Targhetta è fuorviante: in prima battuta didascalico, è in realtà prelevato dalla poesia incipitaria ed eponima dove è sussurrato (o pensato) da un personaggio femminile lasciato generico: “Data la colpa al capitalismo / sogna da sola una fuga in Transinistria” (p. 13). Dare la colpa al capitalismo, dunque, può ridursi a un’ulteriore strategia di fuga, di pigra autoassoluzione: il Capitale, “parassita astratto, vampiro insaziabile e generatore di zombie” (Fischer; trad. dall’inglese mia) è troppo incorporeo per essere un nemico identificabile, e può dunque tramutarsi nel ricettacolo di ogni frustrazione.

    Al netto di una qualità disuguale dei componimenti, dovuta certo anche alla loro ipertrofia numerica – aspetto sul quale tornerò in chiusa a questo contributo – La colpa al capitalismo resta un libro importante e nel complesso riuscito, lontano dagli ingessati esercizi oracolari che affollano il mercato editoriale italiano. Il primo punto di forza risiede nella solidità di base della poetica, che incanala l’ispirazione entro un’attitudine dominante (mesta, ironica, paradossale, narrativa, epigrammatica) che investe di coesione e riconoscibilità il mondo narrato, e specie i danni meno visibili – e talora quelli pubblicamente esposti, come nel notevole poemetto Elegia per Marghera – perpetrati dal capitalismo (nonché i precari rimedi coi quali si cerca di farvi fronte). Mi verrebbe di chiamare questa poetica del “Crepuscolarismo critico” perché, mentre recupera gli stilemi del Crepuscolarismo storico (Targhetta, ricordiamolo, si è dottorato su Corrado Govoni) e quelli del neocrepuscolarismo di Giovanni Giudici (la vita come recita sociale), al tempo stesso comprende che il crepuscolarismo in senso esteso non è antiquariato poetico, ma la condizione stessa della vita (occidentale) che sta tramontando.

    Se nel Crepuscolarismo storico l’io dimesso, l’attenzione alle piccole cose, e la passività di chi osserva la vita scorrere fungevano da risposta critica al vitalismo e all’estetismo dannunziani, al giorno d’oggi sono dati di partenza, limitazioni di fatto per chi, appartenente al nuovo ceto del precariato intellettuale, scrive e vive in un clima di impotenza riflessiva. Non può facilmente darsi energia antagonista e senso di agentività se “Il lavoro distrae, ma il lavoro / non c’è, e resta allora la fame”, come recita uno dei più memorabili incipit del libro (Belle statuine, p. 96; il tema dell’immobilità, per inciso, capeggiava già in due versi iconici del precedente romanzo in versi, “non si muove nessuno, qua, / perciò veniamo bene nelle fotografie”). Quando il lavoro c’è, vi si sacrifica il tempo della vita (La prof che rimane più del tempo, p. 95), in un rovesciamento del topos del carpe diem: se lì la vita fuggiva, ed era pertanto imperativo morale il viverla appieno, qui la vita fugge e basta; evapora, anzi, con il nostro complice sostegno. Nella stessa chiave va letta la richiesta al mondo di desistere (“mondo, sii buono / desisti”, Tiziano tra le bandiere, p. 76) che cita e rovescia un celebre passo del conterraneo Zanzotto (“Mondo, sii, e buono / esisti buonamente”; Al mondo).

    Il secondo punto di forza del libro è l’inventio: Targhetta addensa una quantità caleidoscopica di personaggi, situazioni, aneddoti, di cui è impossibile qui offrire un inventario rappresentativo. Valga comunque, a titolo esemplificativo, il poemetto La morte seconda (pp. 37-42), che in quasi duecento versi racconta una riunione assembleare all’asilo, presenti maestre e genitori. La proposta didattica sul tavolo è quella di rappresentare graficamente, disegnando e colorando, Il cantico dei cantici. Il dibattito intorno al disegno diventa allegoria e dichiarazione implicita di poetica:

    Meglio il cielo della terra
    ci diciamo,
    che anche a dipingerlo
    dà meno problemi.

    Quella di Targhetta è poesia “di terra”, basso-mimetica, vocata a narrare l’hinterland industriale del Veneto e le vite che lì si trascinano; i versi sopra citati additano con sarcasmo la preferenza generale per l’aulico, per lo spirituale anestetizzato, per quanto insomma appare ripulito dalle macchie e dalle irregolarità del reale empirico. La morte seconda spicca inoltre in quanto è il solo testo esplicitamente autobiografico del libro, come segnala il tu autoriferito.

    Nei poemetti lunghi come questo – ce ne sono cinque in tutto, intervallati da sezioni di poesie brevi, quasi mai oltre la pagina singola –  si dispiegano le capacità affabulatorie di Targhetta, che riprendono da vicino lo stile del romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie: periodare ampio dalla sintassi accumulativa e costellata di coordinate, circostanziali, parentetiche e stralci di discorso diretto, a originare una musica centrata su ritmemi sintagmatici; inarcature frequentissime a propellere la lettura in avanti; rime e assonanze disseminate qua e là (tratto assai diffuso anche nei testi brevi, ma con effetti un po’ diversi); dovizia di dettagli sensoriali (“gli effluvi sporchi / del linoleum nei corridoi”), toponimi (“Quinto”) e nomi di brand (“le gomme Stadtler”) quali marche di realismo, a dare anche un colore storico e perché no, nostalgico, alle scene; gusto per le descrizioni in campo lungo, spesso in incipit (“Quelle sere in cui le macchine arrivano / a sciami, in file di parcheggi lungo / vie di paese, e non c’è luna che illumini / le bifamiliari ma lampioni in giardino / che scolpiscono l’aria”). È in questi poemetti, inoltre, che ha modo di dispiegarsi l’empatia del narratore verso i propri personaggi e i loro maldestri tentativi; nei testi brevi, sembrano invece prevalere l’esemplificazione di un problema e la sua diagnosi epigrammatica.

    La vena epigrammatica, sentenziosa, a valenza epistemica, è in effetti pervasiva e ben affilata in Targhetta, e si esplica spesso nella convergenza di similitudine e contrasto concettuale, al limite del paradosso, e con sottolineatura sonora di rima o assonanza:

    è troppo spessa la sua trasparenza
    perché si possa vederci dentro:
    come un cuore murato
    nel vetrocemento. (Vetrocemento, p. 15)

    Il vetrocemento è un composto ossimorico, di spessa trasparenza: il contrasto concettuale che ne segue origina il paradosso di una visione bloccata dalla trasparenza. Questa strategia – similitudine, contrasto concettuale, rima – ricorre, spesso con esiti felici ma talvolta correndo il rischio di un automatismo compositivo, in altri luoghi del libro: la si ritrova almeno in Vecchio Nokia (p. 25), Compensare Costanza (p. 30), Il macchinista (o l’omicida di suicidi) (p. 62), A) (p. 82), Condivisione (p. 119), Clima discendente (p. 122) e in Sparire (p. 156), il cui finale (“come l’acqua dietro alle navi / che ritorna a essere mare”) ricorda fra l’altro il Philip Larkin di Next, please (“in her wake / no waters breed or break”). Questa capacità di penetrare intellettualmente e di riassumere esteticamente il nucleo morale o il rovello esistenziale di una situazione pone Targhetta in ideale continuità con quei poeti inclini alla diagnosi e al commento pedagogico sul mondo, alla satira e al disincanto: vengono in mente il tardo Montale, Giudici, Auden e Larkin. Alcuni tra i testi più riusciti – penso a Istituto di credito #2 (p. 32), Necessità dell’odio di classe (p. 53) e POV (p. 88) sono pregni di potenziale diagnostico, di critica alla società, e quindi reggerebbero bene l’urto di analisi più approfondite. Ecco POV:

    Domani salirà sui monti
    per osservare come sboccia il mondo
    in assenza di esseri umani.

    Eppure, si dice
    perché si compia l’evento
    gli occhi di chi guarda
    sono essenziali.

    Dalle foto delle vacanze elimina
    i corpi degli altri sempre.

    Di questa poesia si possono ammirare la nitida parsimonia retorica, l’implicita e implacabile logica argomentativa, nonché i risvolti di critica sociale. La prima strofa risuona del desiderio di purificazione antisociale già emerso in altri parti del libro. La seconda introduce un’antitesi (“Eppure”) che nega l’autenticità dell’isolamento, esso stesso divenuto merce da dare in pasto agli altri, narcisismo che necessita di stare nell’occhio del ciclone sociale. La soluzione, cioè la sintesi del distico finale, è brutale nella violenza simbolica (“elimina”) e nella falsificazione della realtà; al tempo stesso suona quasi innocua, per via della familiarità che abbiamo acquisito con Photoshop.

    La capacità di Targhetta di scrivere testi iconici, durevoli, radicati in un luogo e in una poetica, nonché il suo doppio registro (narrativo-fluviale e aneddotico-epigrammatico) sono parte del suo talento e del suo contributo alla poesia italiana contemporanea. Detto questo, sarebbe disonesto tacere dei limiti de La colpa al capitalismo. Il principale è nel senso di saturazione e ripetizione che restituisce la lettura: molti testi sono variazioni dello stesso tema, e sarebbero dunque sacrificabili ogni qual volta più o meno lo stesso contenuto venga veicolato in modo più impattante da un altro testo. Per fare solo un esempio, mentre Istituto di credito #2 è tra i vertici del libro, Istituto di credito #1 è del tutto dispensabile. Tra i testi per me sacrificabili ci sono anche Debora delle liste (p. 28), Continuità (p. 47), Restrizioni #2 (p. 63), Uomini rimasti bambini (p. 81), Prova contraria (p. 90), Discendenza (p. 127) e Vuoto a rendere (p. 131). Leggendo, ho spesso desiderato un libro più breve di un terzo, che preservasse i cinque poemetti ma che sfoltisse di un 20 o 30 testi gli oltre 80 testi brevi rimanenti. Vale la pena ricordare che, come ci informa la nota finale, i testi di La colpa al capitalismo sono stati composti nell’arco lungo di un decennio, dal 2011 al 2021: è difficile non pensare che questo libro, da un punto di vista editoriale, sia un’autoantologia non abbastanza selettiva.

    Vi è inoltre un certo numero di poesie per me riuscite solo a metà: Viola Gotica (p. 27) sarebbe più efficace senza la quartina finale rimata, che sembra un riempitivo; da Swimming Carla (p. 118) sarebbe espungibile la strofetta finale, fiacca in stile e contenuto (“L’esperienza delle cose del mondo / lei / sta cercando di dimenticarla”); nella bella e allegorica Saint-Tropez (p. 49), il verso di chiusa sembra aggiunto per cercare a tutti i costi una rima e l’esplicitazione della morale (“A chi bisogna dunque darla vinta?”). Qua e là Targhetta mostra inoltre un gusto per il gioco fonico al limite dello scioglilingua (“Vito evita la vita da una vita”, p. 24; “Tropicalizza terrazzi, Tiziano”, p. 69) o della rima rapper (“scritte fitte le lavagne / e zitte, dentro, le compagne”, p. 21) che se da un lato alleggerisce la cupezza delle situazioni, dall’altro appare un po’ fine a sé stesso. Anche i numerosi nomi propri, in fondo, sembrano obbedire a suggestioni sonore, rivelando quindi la loro natura ludo-verbale più che biografica.

    Senza la bontà delle riuscite, a ogni modo, sbavature e cadute come queste non risalterebbero altrettanto; e resta forse vero che, a un livello meta-poetico, il senso di fatica, saturazione, livellamento e trasandatezza di alcuni testi risponde sornionamente alla stessa logica capitalista del consumo ossessivo-compulsivo che pure Targhetta s’incarica di criticare.

  • 28# Simone Migliazza su “Doveri di una costruzione”

    Ieri Simone Migliazza ha pubblicato sul suo blog una delle migliori recensioni uscite su Doveri di una costruzione (Industria & Letteratura 2022): un vero e proprio attraversamento saggistico che riesce a essere informativo, analitico, e al tempo stesso partecipe delle ragioni profonde del libro, sintetizzandolo prima per poi articolare l’identità di ogni singola sezione, rivelandomi alcuni aspetti prima opachi o ignoti a me stesso. Mi verrebbe da dire che Simone – anche al netto di altre recensioni sue che ho letto di libri di Daniele Bellomi e Antonio Francesco Perozzi – è altrettanto bravo critico quanto poeta (leggetelo anche su quel versante!)

    Lo ringrazio dunque di cuore, sia perché non è scontato che, a oltre tre anni dalla pubblicazione, un libro di poesia trovi ancora lettori disposti a scriverne; sia perché Simone è soffermato su alcuni aspetti che, mi pare, erano stati lasciati un po’ in ombra nei contributi precedenti. Mi riferisco soprattutto al discorso sull’eros e sulle relazioni di coppia, che nei Doveri è piuttosto forte, e che mi sembra (magari mi sbaglio!) secondario se non esiguo in molta poesia recente. Ma anche al discorso sull’autenticità, di cui porto a casa, sottoscrivendola in pieno, questa osservazione tra le altre:

    “In Castiglione, l’insistenza sull’inautentico non produce nichilismo: al contrario, tradisce un’energia propositiva, un calore, un desiderio di contatto con una dimensione più autentica. Quando tale contatto si realizza — nell’amicizia, nell’apertura empatica, nel sentimento amoroso liberato dalla recita o nell’esperienza estetica — si manifesta una sorta di gioia della condivisione, un abbandono lirico all’esistenza, raro ma possibile.”

    Per leggere la recensione nella sua interezza, questo è il link.

  • 25# Addio bel repertorio: metrica e stile nella poesia degli anni Settanta (Udine, 1-2 dicembre)

    Annuncio con piacere che domani torno per qualche giorno in Italia, a Udine, in occasione di un convegno su metrica e stile nella poesia italiana degli anni Settanta, insieme a molti stimati colleghi. Il mio intervento si intitolerà Frontalità della voce e voicing della discontinuità: esempi da Sciarra amara (1977) di Jolanda Insana, e Ritratto di un amico paziente (1977) di Cristina Annino. Analizzerò strategie polifoniche e di contaminazione dei registri in queste due grandi poete, e probabilmente pubblicherò sul blog il testo della mia relazione. Stay tuned!

    ps: chi vorrà potrà seguirci anche online al link – https://shorturl.at/GyskI