Secondo la teoria semiotica di Riffaterre, l’intertestualità in poesia si dà spesso in forma de-linearizzata, per cui gli stessi elementi lessicali (e dunque concettuali) possono trasmettersi in combinazione anche se in strutture sintattiche diverse, come se sparigliate dal poeta che altera l’intertesto senza però cancellarlo completamente. E’ il caso della combinazione CORO+MISCHIATO, che ricorre in Dante e, oltre 650 anni dopo, in De Angelis, in un giro breve di versi:
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
(Inferno, III, 37-39)
fanno coro
per confortare
chi è mischiato con il mondo.
(De Angelis, Le terre)
La probabilità che questa doppia occorrenza sia legata al caso mi pare troppo bassa, visto che queste due parole non sono semanticamente associate o non stanno in tipiche collocazioni nella lingua comune. Questo piccolo esempio mostra piuttosto come funziona quello che Riffaterre chiama “l’inconscio intertestuale” – un processo semiotico che spesso trascende la volontà, s’incista nella memoria a lungo termine che poi si riversa in quella a breve termine impegnata nella costruzione della poesia. Infine, il fatto che tanto in Dante quanto nel De Angelis di questa poesia (Le terre, da Somiglianze) il contesto sia religioso (in De Angelis si accenna alla chiesa, a un prete) potrebbe far venire il sospetto che si tratti di una cripto-citazione piuttosto che di memoria involontaria.
In una tra le molte belle canzoni di Ivano Fossati (Il pilota), a un certo punto si dice:
con la nebbia di Milano
che gli morsica il culo per allegria
I. Fossati, Il pilota
L’immagine della nebbia come persona o animale aggressivo, che morsica il culo al velivolo, a prima vista sembrerebbe controintuitiva – la nebbia viene più prontamente associata a qualcosa di tenue, diffuso ed evanescente. Può darsi però, per riprendere Michael Riffaterre, che agiscano intertesti letterari in cui la nebbia è presentata in modo simile – sarà allora la memoria letteraria piuttosto che la plausibilità esperenziale a giustificare l’immagine. I due intertesti che conosco sono i seguenti, da T. S. Eliot e da Charles Dickens:
The yellow fog that rubs its back upon the window-panes
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes
Licked its tongue into the corners of the evening
Lingered upon the pools that stand in drains
T. S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock
Fog cruelly pinching the toes and fingers of his shivering little ‘prentice boy on deck’
C. Dickens, Bleak House
La nebbia in Prufrock è probabilmente un cane (‘back’, ‘muzzle’, ‘licked its tongue’). Quella di Dickens non è per forza un animale, ma è comunque un agente malevolo, e pare un intertesto più vicino alla canzone di Fossati: se lì la nebbia morsicava il culo (del velivolo?), in Dickens pizzica le dita del ragazzo.