35# Sulla povertà di pubblicare inediti in Italia

Pensavo al senso di (non) pubblicare più i propri versi inediti su rivista o blog online in Italia, specie se non accompagnati da un cappello introduttivo critico. Il punto è che mai e poi mai sembra generarsi un dibattito o uno scambio, o altro tipo di conseguenza, a partire da quella pubblicazione. Certo, lettrici e lettori si tengono informati, si vede quello che circola (spesso deprimente, derivativo, soprattutto privo di implicazione col proprio tempo, eccetto per un generico richiamo alle tecnologie…), e quindi il servizio offerto a loro è reale. Per autrici e autori, però (ovvero: per quegli stessi lettori nei panni di autori), assai meno.

Questa situazione, come si sa, è vera almeno da un quindicennio, cioè da quando i blog letterari hanno perso, per complessi motivi tecnologici (l’avvento dei social media) e forse culturali, quella vivacità di scambio e piglio critico che ancora avevano nel primo decennio del duemila, e che io ricordo ancora, benché nella fase morente – essendomi affacciato a quel mondo intorno al 2005-2006, appena ventenne. In sostanza, la massa dei testi inediti pubblicati su blog online e riviste diventa rumore di fondo (se non persino silenzio, cioè rumore non intercettato affatto) e benzina di auto-alimentazione delle varie piattaforme che li accolgono. Forse diventano più utili i testi alle piattaforme che viceversa. Altro discorso andrebbe invece fatto sulla pubblicazione di estratti di un libro appena uscito, dove la pubblicazione online è legittimo veicolo verso il libro.

La ritrosia al confronto non è cosa nuova, a ogni modo. Ricordo quando partecipai a un festival, di cui non occorre fare il nome, nel lontano 2011. Con ingenuità ma convinzione, prima di leggere dal palco, dissi qualcosa per incoraggiare il pubblico eventualmente a criticarmi, dopo la lettura, o a ricevere un riscontro qualsiasi sui miei testi. Chissà cosa avranno pensato: si trattava di una richiesta del tutto irrituale in quel contesto. Ma ecco, le letture fluivano anche lì una dopo l’altra in una totale mancanza di attrito e di scambio, e io mi limitavo a esprimere il mio dissenso verso alcune scritture semplicemente riducendo il tempo e l’intensità dell’applauso, o non applaudendo affatto. A che serve tutto ciò?

Altra circostanza. Nel 2015 pubblicai su Poesia un poemetto allora inedito, per una rubrica di autori esordienti o in via di affermazione, con introduzione di Maria Grazia Calandrone. Fu ovviamente una grande soddisfazione a livello personale, diciamo pure a livello di curriculum letterario. Senza contare la consapevolezza di poter essere letti da centinaia (migliaia?) di abbonati. Pure da lì, però, non derivò nessun altro riscontro, la comunità dei lettori restava come una chimera o una massa che sguscia via.

Non lo dico per lamentarmi: constato un’esperienza che credo sia comune a tantissimi tra coloro che scrivono, e che considerano la scrittura una parte insopprimibile della propria vita e a cui dedicare molto del meglio delle proprie energie.

Mi viene da fare questo discorso non soltanto spronato da un recente intervento sull’antagonismo in letteratura, scritto da Andrea Temporelli su Pangea; ma anche memore di una lezione online recente (tre settimane fa), di cui parlerò estesamente per altri motivi in futuro. In questa lezione online, io e alcuni docenti di scrittura creativa attivi in Inghilterra, davamo consigli a studenti che volessero proporre le proprie opere a varie riviste online e cartacee in lingua inglese. Io credo che anche lì ci sia la stessa proliferazione di rumore, la stessa difficoltà di lasciare qualcosa che possa artigliare, che riscontro in Italia. Tuttavia, c’è una differenza fondamentale: pubblicare su riviste e blog letterari in lingua inglese è molto difficile, ed è normale che i propri testi vengano rifiutati.

Quando uno dei docenti mi ha chiesto come reagisco io a questa esperienza di rifiuto, mi sono sentito braccato: in Italia è quasi automatico venire accettati, se si manda materiale inedito, oppure ignorati e basta, se non si è in rapporti cordiali oppure se si utilizza la email ufficiale che esiste ma nessuno usa. Mi sento sentito di nuovo un provinciale, uno alle prime armi, malgrado tutto. Il fatto è che, forse con la sola eccezione della rivista minima, non c’è un iter chiaramente competitivo, e quindi non c’è nemmeno la prospettiva di una “carriera letteraria” del tipo anglosassone: pubblichi prima per piccole riviste indipendenti, ti fai conoscere, e poi se hai costanza e forse bravura approdi alle riviste prestigiose, che permetteranno infine l’aggancio con gli editori. Lo stesso sistema Submittable permette di tenere sott’occhio i propri invii, e sarebbe facilissimo, a livello tecnico, adottarlo anche in Italia – tanto è vero che sul mio sito, in fondo alla pagina Critica/Criticism, ho inserito un modulo per l’invio, più artigianale certo, ma si tratta pur sempre di un sito personale fatto da una persona dalle risorse tecniche ed economiche limitate.

A me pare che in Italia esista invece un pervicace presentismo destrutturato, una dispersione di centri non comunicanti e non interagenti. Perfino vincere lo Strega Poesia non garantisce in fondo che la propria opera venga studiata, discussa, tradotta e presentata all’estero. Se esiste serietà a monte, spesso si fa fatica a percepirla, perché tutto è fatto con approssimazione e non nella prospettiva di offrire un vero servizio pubblico.

Paradossalmente, pare che proprio sui social media avvengano scambi più vivaci quando si pubblicano i propri testi. Io ogni tanto lo faccio, ma rimango restìo perché – forse per uno strascico aristocratico o elitario – mi pare di sprecare o svendere il mio lavoro condividendolo sui social. Una via di mezzo è la condivisione sul proprio sito personale o nuove piattaforme come Substack. Mi sembra però una via fin troppo facile (specie per i testi sui quali si punta di più), perché secondo me la verifica incrociata degli addetti ai lavori (come avviene in ambito accademico, dove comunque esistono altri enormi problemi di cui parlerò a tempo debito) è assai importante per valutare la tenuta del proprio lavoro.

Non ci sono soluzioni a breve termine. La soluzione sarebbe, piuttosto, quella di costruire istituzioni forti, a livello di procedure trasparenti e rigorose. Sto imparando molto in tal senso da impegni che mi sono preso nelle associazioni accademiche di cui faccio parte, e chissà che questo know-how non possa un giorno tornare utile per sperimentare un cambio di rotta nel modo di fruire e presentare la poesia contemporanea in Italia.

Nel frattempo, il lavoro di scrittura continua ma cerca di evitare la (sovra)esposizione, per motivi direi più che fondati.


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Commenti

3 risposte a “35# Sulla povertà di pubblicare inediti in Italia”

  1. Avatar Andrea Inglese
    Andrea Inglese

    Ciao Davide,

    il tuo intervento su FB e le risposte che ha suscitato, mi hanno interessato, perché sono alle prese con un saggio che tocca in parte anche questi aspetti, insomma è materia di riflessione. Prima di scriverti qui sono andato a leggere dei tuoi testi (in rete), per avere bene chiaro con che tipo di poesta parlo, a cosa ssomiglia la sua pratica. E cosi constatato una qualità del lavoro, o una competenza del lavoro, ma anche – lo supponevo – una distanza di approcci e di visioni della poesia. Ma questo non è di per sé (per quanto mi riguarda) un ostacolo al dialogo.

    Tu scrivi: “Questa situazione, come si sa, è vera almeno da un quindicennio, cioè da quando i blog letterari hanno perso, per complessi motivi tecnologici (l’avvento dei social media) e forse culturali, quella vivacità di scambio e piglio critico che ancora avevano nel primo decennio del duemila…”

    Naturalmente io riformulerei con “per complessi motivi sociologici (o culturali)”; la tecnologie non è caduta dal cielo. Ma va bene. Il punto riguarda il valore d’uso del testo poetico. Esso provoca una qualche risposta si o o no? Ma in chi dovrebbe provocarla? Nel lettore che legge saltuariamente poesia? Nella cerchia più ristretta degli addetti ai lavori (ossia in un poeta), nei rari critici di mestiere nell’accademia? Gli organi di queste “risposte”, e quindi delle discussioni, dei dibattiti, delle polemiche sono state in gran parte le riviste, e in genere quelle non accademiche, che organizzano a posteriori gli studi e apprifondimenti. La novità dei blog (non ce n’erano tantissimi, e quelli collettivi, che sopratutto contavano, erano molto pochi in realtà) è stato che permettevano anche all’aspirante poeta, al lettore più saltuario, d’intervenire nel dibattito. Come sempre, la maggior parte dei critici di mestieri (in accademia) non partecipava a questi scambi. Ma gli autori-lettori, i pari, si. In questi scambi al semplice giudizio buono-cattivo si aggiungeva spesso una riflessione sulle istituzioni letterarie, sulle competenze di chi scrive e legge, sulle tecniche, ecc. Questa era la parte più interessante. Questa pratica è andata declinando? Si. Per quali motivi? C’entrano senz’altro l’uso che facciamo dei social, ma anche altre cose. Comunque è una vera questione.

    Detto questo: nel seguito del tuo articolo e nella discussione su FB, tutto si è incentrato sul “bisogna ristabilire degli autorevoli organi di selezione e scelta”, per rimettere ordine nei valori letterari. Va bene. Ma questo cosa vuol dire? Che il sottobosco letterario sparirà? No. E’ segno di relativa buona salute di un genere, il fatto che produca sottobosco. Vogliamo tornare dalle società democratiche e di massa, allesocietà borghesi e elitaristiche del primo novecento? Vogliamo tutto mettere in mano all’accademia “la contemporaneità”? (Per carità, essa fa anche la sua parte… ma basta quella parte?)

    A me non spaventa un campo destrutturato. A me spaventa un campo immiserito, che veicola visioni riduttive, semplificate, anacronistiche del tipo di lavoro “letterario” che faccio e che leggo.

    Concludo con un riferimento all’articolo di Marchesini che citi. Due passaggi.

    Conta di più il costante lavorio sotterraneo, l’omertà, l’ipocrisia, il rancore, la disillusione, l’inettitudine, la remissività, l’opportunismo, l’autocensura, la delegittimazione dell’avversario e, per chi ha il potere, persino la damnatio memoriae. Sono questi i valori che stanno disegnando il paesaggio della nostra letteratura?

    Ma davvero pensate che con queste osservazioni moralistiche si vada da qualche parte? Ma poteva sottoscriverle già Catullo osservazioni del genere. Non false, ma… E dunque?

    Secondo passaggio. Dove Temporelli cita Marchesini:

    “L’assenza di dibattito è causa e conseguenza di un fatto che è tanto negato quanto palese: non esiste più un’élite attendibile di ‘addetti ai lavori’. In genere, oggi i cosiddetti lettori comuni sono più intelligenti dei tipi clericali che gravitano intorno al milieu letterario e poetico”. 

    Da piccoli si diceva: chi lo dice lo sa di essere. Marchesini, in quanto addetto ai lavori, neppure tu sei attendibile. A meno che ti metti a fare il lettore comune, e smetti di scrivere saggi.

    Ecco. Controcorrente. E fuori dalle bacheche social, un contributo per una discussione. O quanto meno una reazione argomentata.

    Ps Per essere franco fino in fondo, ma necessariamente aforistico.

    “Alle liberali fioriture
    di un pesco o ciliegio ho pensato…
    ma quelle piante da frutto
    disertavano il mio dedurre.”

    “Quelle piante da frutto / disertavano il mio dedurre.” Quelle piante da frutto me le hai allontanate mille miglia con la scelta di quei due verbi. Io pongianamente le voglio riavvicinare, certo mediante la parola, ma non sbatterle ancora più lontano. Se dovessi dare un consiglio di scrittura: avvicinale quelle piante, non trattarle come un oggetto mentale ricercato. Ma probabilmente qui intervegono visioni diverse di cosa dovrebbe essere o fare la poesia.

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    1. Avatar Davide Castiglione

      Ciao Andrea, eccomi a risponderti e ti confesso che è una strana sensazione (strana ma piacevole, un po’ vintage), visto che non ho mai usato il mio sito per farlo. Ma se vogliamo che le dinamiche dei social non abbiano completo monopolio, questa è la mossa giusta da fare. Anzitutto, grazie per la pazienza. Hai ragione: in parte il medium diverso scoraggia la reattività da social (un bene, direi), in parte avevo una consegna accademica importante che mi ha preso tutte le energie (ero già 4 mesi in ritardo…). Non esagero se dico che non sono stato mai così preda dell’over-commitment (con relativi sensi di colpa e inadeguatezza, poi, constatando i limiti di tempo ed energie) come negli scorsi mesi. In più, il tuo commento articolato non meritava una risposta frettolosa.

      Sono molto curioso di leggere il tuo saggio su questi fenomeni, quando sarà pronto. Hai fatto bene a leggerti un po’ di miei versi online, se non altro come impostazione di metodo: credo profondamente che chi scrive critica lasci trasparire, almeno in filigrana, la direzione della propria attività artistica, e viceversa. Detto questo, quei miei versi (oltre il fatto che poi appunto sono un po’ cambiati nella versione cartacea, dove ho tolto ‘disertavano il mio dedurre’) risalgono credo al 2018 o 2019, quindi nel frattempo la mia scrittura è un po’ cambiata.

      So delle nostre distanze estetiche: personalmente lessi e apprezzai molto il tuo “La distrazione” (ne ricordo ancora dei versi a distanza di anni), che però appartiene appunto a un modo lirico-soggettivato che mi interessa o in cui mi trovo più a casa e in cui credo, forse proprio perché mi sento orfano di ancoraggi, di voci affini, di vicinanze, e per me la ‘situatedness’ sociale della voce è importante (la lirica può essere assolutamente sociale, immagino che su questo siamo d’accordo). Ma anche per me le distanze estetiche non devono rendere impossibile il dialogo (quelle strettamente etiche forse sì: io, come te d’altronde, ho smesso di dialogare con Marchesini, per via del suo grottesco giustificazionismo genocida).

      Confesso di non conoscere i tuoi lavori successivi, o meglio di averli letti per brani online, senza riuscire davvero a sentirli o abitarli (per me anche lo straniamento dev’essere ‘emotivo’). E per me queste sono cose un po’ dolorose da condividere, perché so che chiunque (è il tuo caso) lavori con serietà alla parola, lo fa investendo il proprio corpo e la propria visione. Ma io sento una difficoltà modale, come la chiamava George Steiner, cioè sento una resistenza sia affettiva che epistemica che sarebbe sbagliato e impossibile ignorare.

      Per esempio, quando leggo uno dei Prati come il n. 194 su Antinomie, mi infastidisce quasi fisicamente il surplus metaletterario (“È incredibile il lirismo che può suscitare un praticello”), la divertita e rivendicata mancanza d’agentività (“mi sia capitato un prato”), lo stile argomentativo o pseudo-argomentativo (che al tempo stesso valida e deride, ma dunque valida, un io ‘iper-intellettuale’ molto elucubrante) e digressivo, ludico (barocco? quasi a non inquadrare le tragedie che invece inquadri stupendamente nella prosa critico-politica?), che sembra in fondo ritenere tutta la realtà costruita e costruibile dal linguaggio. Non so, ci sento molto ludico postmoderno e poco tragico (o meglio, il tragico c’è e affiora a tratti, ma quello messo in scena è un monologante che cerca sempre di scappare, a furia di digressioni, e mi chiedo a volte se il comico non sia una maniera di scappare). Io ho senz’altro nostalgia dell’allegoria, del grande stile, della non-serialità, e quindi mi sento piuttosto estraniato da tutto un arcipelago di scritture di ricerca. Mi trovo in autori ‘moralisti’, tipo Fortini e Auden, o anche più ‘biologici’ come Cattafi e Annino. Ma sto a mia volta aprendo una digressione di troppo, e sbaglierei a giudicarti in base a pochi estratti e passaggi. Però avverto molto forti i problemi di posizionamento in scrittura (visto che ovviamente rimandano a modelli di mondo): per esempio, a darmi fastidio (non in te) è anche questo massiccio ritorno dei miti e delle riscritture nella nostra poesia recente. E’ come se io (sbagliando, certo) vi legga una volontà di mostrare un distintivo intellettuale, mentre mi chiedo se non un certo tipo di rozzezza o semplicità schietta non sia più coraggioso.

      Sono molto d’accordo che il testo poetico debba provocare una risposta (e il nostro dialogo questo sta mostrando): il problema, come osservi correttamente, è la mancanza di spazi pubblici dove questo avvenga. Perché – forse eccezioni a parte – non ci sono spazi franchi di dibattito, dialoghi difficili e non pacificati, ecc.? a me sembra che in molti abbiamo timore a metterci contro qualcuno, e quindi a perdere qualcosa. Non capita quasi mai di leggere critiche articolate: o ci sono elogi, o derisioni da una tribù all’altra (uguale). Ma se mancano gli spazi è perché manca anche una volontà politica di creare questi spazi. Io personalmente ho delle idee, sono però restio a fare partire il tutto perché è un investimento di tempo iniziale grande (ma butto lì l’idea: una specie di associazione o rete informale, dove a rotazione e a caso, autori in piccoli gruppi si incontrino dal vivo od online per leggersi e anche criticarsi con franchezza, producendo un report annuale per micro-gruppo).

      Per me qualunque istituzione deve essere organizzata rigorosamente, con serietà e trasparenza, e questo non significa avere nostalgie elitiste. Se con ‘anarchico’ si intende l’orizzontalità democratica, sono d’accordo. Se si intende la sola improvvisazione, assai meno! Faccio un esempio semplice: che senso ha che in Italia non esista un premio letterario dove ogni giurato dia per iscritto, in anticipo, una propria idea o definizione di poesia? questo permetterebbe di creare premi più onesti e specializzati, evitando anche agli autori di buttare via dei soldi partecipando con mele a premi di cocomeri.

      Vorrei anche chiarire che il mio rinviare al pezzo di Temporelli non vuole affatto essere un avallo: mi aveva giusto dato uno spunto e una spinta a pubblicare un post su cose a cui penso da tempo (e infatti scrivevo ‘spronato da’, semplicemente). Meno che mai un avallo di Marchesini, che guadagna capitale simbolico da bullo-bastian contrario: quelle opinioni moraliste e magari sì, anacronistiche sono le loro e non le condivido. Quello che forse condivido è un senso d’amarezza, però. Le osservazioni moralistiche non valgono come indicazioni di pratica, ma potrebbero valere come constatazioni di un mondo che ormai è iper-moralistico (sui social è facile capirlo) e vive di posizionamenti che però non fanno capo a una visione sofferta e articolata.

      Sono stato lunghissimo, e non so se davvero sono riuscito a rispondere ai tuoi punti. Ci ho provato. E ti ringrazio per lo sprone ad aprirsi, a intavolare un confronto franco.

      Davide

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  2. Avatar Andrea Inglese
    Andrea Inglese

    Grazie per la risposta Davide. Ti rispondo a caldo. Innanzitutto continuo a essere d’accordo con la tua constatazione iniziale, che tu riformuli molto chiaramente qui: “Non capita quasi mai di leggere critiche articolate: o ci sono elogi, o derisioni da una tribù all’altra (uguale).” Molto vero. E’ possibile e utile una terza via? Ci sono autori, che probabilmente non potrei far altro che deridere o ignorare, ma ce ne sono invece con i quali sarebbe utile dialogare, anche attraverso un sguardo critico sui testi. La lettura ad esempio del mio “Prato” e le considerazioni che ti hanno suscitato le ho trovate interessanti. E capisco anche le riserve, che nello stesso tempo colgono un aspetto reale del mio lavoro: “elocubrazione”, “comico”, “digressione”, “mancanza di agentività”… Ma vorrei dire due cose: “il surplus metaletterario” puo’ essere più o meno felice in un o in un altro passaggio del testo, ma per me non è un vezzo, fa parte proprio della dimensione “umoristica” del mio fare letteratura. E bene o male m’inserisco in questa tradizione. E la metaletteratura, in quest’ottica, funge da lavoro di straniamento, per ricordare che il referente ci scappa, e cosi ogni verità, o morale che costruiamo sul mondo. Non c’è mai piena trasparenza, piena adesione. Ma mi rendo conto che questo atteggiamento irrita parecchi lettori (dei già pochi :). L’altro punto è che, se ti capirteranno sotto gli occhi altri “prati”, ti renderai conto che c’è un lavoro allegorico che sottende le figurazioni, ma non sono allegorie del tutto coerenti e a chiave univoca. Sul nesso non facile da stabilire tra questi testi e quelli miei critico-politici a cui ti richiami, è cosa che ha abbordato l’amico Giuseppe Samonà in un intervento proprio sui “Prati” per “minima moralia”. Insomma, hai toccato un altro nodo interessante.

    L’idea di rete informale e di incontri per leggersi e confrontarsi la trovo sempre interessante. Considero che sia sbagliata la concezione secondo la quale c’è qualcosa di male se i poeti si leggono tra loro. Anzi. Dovrebbero innanzitutto farlo i poeti, e farlo anche a partire da differenze, sapendo che non è facile. E’ un vecchio pallino questo che per altro risale al progetto “Akusma”, lanciato con Giuliano Mesa, Florinda Fusco e altri amici proprio 26 anni fa. E ho potuto sperimentare diverse occasioni dove questo “ascolto reciproco” è stato possibile. E ne è quasi sempre valsa la pena.

    Bene mi fermo qui, ma consideriamo che il dialogo potrebbe continuare, approfondendo questi temi o anche altri, e anche aprendosi a più interlocutori.

    a.

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