Oggi su Atelier la rubrica “L’ago del mondo in me – dialoghi di poetica a cura di Silvia Patrizio” ospita le mie lunghe risposte alle domande niente affatto facili di Silvia, che è studiosa di filosofia, poetessa di rango, persona di enorme sensibilità, e amica di lunga data. Spero di essere riuscito a trovare una quadra fra l’ampiezza delle domande e il mio bisogno di circoscrivere i problemi.Ci sono anche, in coda, un paio di inediti che potranno darvi un’idea della mia pratica poetica più recente.Buona lettura, e un grande grazie a Silvia e a tutta la redazione di Atelier per la disponibilità.
Ecco un estratto (per il testo intero, clicca qui):
“S.P. Come si tratteggia, nella tua poetica, il limite poroso tra esperienza privata e universalità del linguaggio? Se poesia è ‘messa in forma’, in che rapporto sta il gesto poetico col magmatico coagularsi dell’esperienza, personale e collettiva? Questo confine di difficile definizione influenza in qualche modo la tua concezione della scrittura?
D.C. Una premessa, anzitutto. Da un lato l’esperienza privata non è mai veramente privata: sembra privata perché non l’abbiamo ancora analizzata, estroflessa, ma in realtà ogni esperienza è già uno scambio continuo di informazioni con il circostante. Un’esperienza intransitiva non esiste, è un ossimoro. Ogni esperienza è pubblica, in senso lato. Al limite, ci sono esperienze più o meno opache. In questa stessa struttura transitiva dell’esperienza risiede il suo grado di generalizzazione o estensibilità (si può dire?), cioè la capacità di farsi raccogliere da altri (e con altri posso includere i sé futuri).”
Lascia un commento